[La pagina di Dust]
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sabato, dicembre 11, 2004

Le mani e l'anima
Note su Bresson e Kim Ki-Duk

Bresson amava citare - leggo - la massima di Pascal "L'âme aime la main". In "Un condannato a morte è fuggito" le mani del protagonista Fontaine sono spesso riprese da vicino, mentre annodano, limano, piegano li materiale che la prigione stessa offre o che gli viene donato, per creare quegli strumenti che lo porteranno alla libertà. Con precisa determinazione, con una cura che è condizione di conquista di quella grazia che gli negano il carcere, il potere e - più oltre - la sua stessa condizione umana.
E' curioso come le cose e i pensieri si incrocino. L'ho trovato in biblioteca quasi per caso. Quasi: cercavo in effetti un qualche film di Bresson, autore di cui vidi molto ma troppo tempo fa, e di recente solo Pickpocket. Pochi giorni prima invece avevo visto "Ferro tre" di Kim Ki-Duk. Con l'opera di Bresson è stato un immediato cortocircuito. Complice - realizzo ora - proprio l'accenno a "Un condannato" nella recensione a "Ferro tre" scritta da Columbo sui Duellanti. Ecco trovato l'innesco.
Entrambi i film sono emozionanti. Non mi interessa istituire paragoni, ma scrivere qualche nota su quelli che mi sembrano significativi punti di contatto.
In primo luogo, appunto, l'importanza delle mani e della "cura" che esprimono nell'uso degli oggetti. Il giovane coreano li lava, li ripara, li abita e sembra così estrarne un senso per sé. Il suo stesso rapporto con il mondo è mediato dalla mazza da golf e dalle palline, vettori di comunicazione e di una violenza a volte intenzionale, a volte casuale, a volte ancora trattenuta e regolata o impotente (la pallina legata all'albero).
Ma ci sono anche le mani della coppia più armoniosa del film, che curano con attenzione un piccolo giardino e sistemano i cuscini su cui la ragazza troverà un riposo, accolta con rispetto e silenzio. Il silenzio è una delle chiavi del film di Kim Ki-Duk, riempito dagli sguardi e dal movimento dei corpi (sensibilità anche in questo caso affine a quella di Bresson).
Il luogo in cui un nucleo di spiritualità comune ai due film è particolarmente evidente è la prigione, o meglio il lavoro su se stessi, con il proprio corpo e sul proprio progetto individuale che i rispettivi protagonisti intraprendono. Le analogie si fermano qui, direi. Per  la fuga di Fontaine, ad esempio, ha un peso fondamentale l'aiuto dei compagni di carcere, in particolare di un confuso ragazzotto semicollaborazionista che scapperà insieme a lui (prototipo di Lacombe Lucien - Malle era tra l'altro assistente di Bresson in quel periodo). La torsione progettuale, poi, è fortissima, e ha i toni del sacro l'"investitura" che il collettivo del carcere sembra attribuirgli: Fontaine è il solo per il quale ha senso immaginare un'evasione.
Il progetto del ragazzo coreano è diverso: la disciplina che pratica punta al raggiungimento dell'invisibilità. Esplora - per ingannarli - i margini della percezione visiva, scompare agli occhi del carceriere nascondendosi dietro di lui, occupando la zona morta dello sguardo. Qui inizia un gioco con lo spettatore, coinvolto anche da alcune fantasmatiche soggettive in questa sottrazione di sè sperimentata dal ragazzo. Nella scena finale ricomparirà alla donna trasformandola nella sua unica spettatrice e sovrapponendo alla deludente storia tra lei e il marito la trama invisibile di un rapporto amoroso autentico.
Non conosco altri film di Kim Ki Duk e quindi la mia è una semplice illazione, ma il sospetto che qui stia parlando della propria poetica, o forse del suo evolversi, è molto forte. Vedere oltre la convenzione, la storia, il linguaggio. Vedere (e amare) l'invisibile e il silenzioso.
E l'immagine finale dei quattro piedi sulla bilancia che segna peso zero ci rimanda non solo all'immaterialità del sogno (superfluo sottolinearlo con la didascalia), al fondersi delle due metà di un'anima in stato di grazia, ma all'atto stesso di comunicazione e comunione che nel cinema può realizzarsi.











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