[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




sabato, ottobre 30, 2004

Christopher e Spooky

Il vecchio aveva raccolto la sua mercanzia in una specie di lenzuolo sporco e si stava riparando dalla pioggia in un portone. Dalla finestra non si potevano vedere, ma Frank lo sapeva: erano piccole figure stilizzate ricavate da filo di ferro trovato per strada o regalato da qualche negoziante. Uomini con le braccia alzate minacciosamente, o forse fissati in un grido. Altri erano rannicchiati sotto un peso insostenibile, sotto una condanna, un bombardamento, sotto l'ultima sprangata.
Così Frank si voltò verso il figlio, che aspettava la favola della buonanotte.

Questa sera ti racconto una storia speciale, e anche un po' paurosa.
C'era una volta un tizio che si chiamava Christopher. Era un nome sbagliato per lui. Sai, San Cristoforo ha trasportato Gesù in spalla. E' sempre rappresentato così, come un omone con un piccoletto sulla spalla.
Era un nome troppo grande per lui, e questo non va bene. Se hai un nome che non è della misura giusta la tua testa cercherà sempre di trovare un perché. Christopher era un ometto alto poco più di un metro e mezzo, mingherlino e in generale per niente un bell'uomo. Gli piaceva vestirsi in modo sgargiante, da pappone. Se ne andava in giro per il quartiere con aria bellicosa e questa sembrava davvero essere la sua principale occupazione, ma in realtà era contabile in un'aziendina.
Parecchie cose lo irritavano, anzi potremmo dire che tutta la sua giornata lo irritava. Il caffè del bar faceva sempre schifo, per Christopher. La gente intorno era un branco di pezzenti e falliti, le donne non lo guardavano perchè erano tutte stupide e non capivano niente della vera bellezza di un vero uomo. Infatti si mettevano insieme a quei poveracci e facevano dei figli che sarebbero diventati a loro volta dei poveracci. Le strade erano sporche e piene di rifiuti umani. Niente elemosina a nessuno. Sul lavoro lui avrebbe avuto senz'altro più idee di quella testa vuota del capo e se avessero lasciato fare a lui altro che aziendina sarebbe stata. Per cominciare avrebbe licenziato almeno tre scansafatiche che pensavano soltanto a stare lì seduti a chiacchierare e approfittavano della pausa pranzo per farsi le canne.
Erano questi i pensieri di Christopher, che se poteva urtare qualcuno - qualcuno alla sua portata, voglio dire, meglio se era più debole - lo urtava e poi lo guardava in faccia come per sfidarlo. Tirava calci ai cani, sparava ai piccioni e ai gatti dalla finestra con una carabina ad aria compressa. Ad un certo punto si comperò anche una pistola.
Se ne andava in giro sentendo il ferro pesargli in tasca, con tutta la rabbia del mondo compressa in quel corpo debole e sgraziato, neanche fosse un grande imperatore. Nessuno si curava di lui, in realtà. La gente lo sentiva al fiuto, che era falso, perché questo faceva parte dell'intelligenza distribuita a piene mani agli abitanti del quartiere. Ma non a  Christopher, evidentemente.
E così lui era sempre più arrabbiato e non sapeva bene che fare per dimostrare a tutti che razza di grand'uomo fosse. Perché era quello lì, il problema di quell'ometto infelice: sentirsi della stessa misura del suo nome.
Quella domenica mattina non era diversa dalle altre e Christopher percorreva le strade del quartiere odiando tutti, schiumando acido e cattivo come un troll. Improvvisamente - attento adesso perché qui incomincia la vera storia - da un angolo sbuca di corsa un ragazzino un po' troppo vivace. E - e - con un enorme gelato in mano, sbadato come la mamma ti prega sempre di non essere.
L'avrai già immaginato: va a sbattere in pieno contro Christopher e gli inonda di cioccolata la camicia e la cravatta, e noi sappiamo bene quanto sono rognose le macchie di cioccolata. Be', a vedere la faccia di Christopher gli scappa da ridere, e questa non è affatto una buona idea. Ricordartene, nel caso.
Christopher aveva solo bisogno di qualcuno su cui sfogarsi senza troppi rischi, così lo afferrò per un braccio e lo trascinò in un vicoletto fra due case. Il ragazzino adesso era impaurito e cominciò a cercare di scusarsi. Perché, vedi, non era certo un duro. Sto parlando di uno più o meno della tua età, tosto a parole ma insomma ancora con la voglia di giochi e la paura del buio e di tutto quello che c'è dentro, a quel buio, cristosanto. Di tutto il male sconosciuto e orribile che i mostri ti possono fare. Christopher proprio da lì, sembrava uscito, da quel buio. Lo aveva acchiappato e portato con sé nel buio di quel vicolo, e forse non lo avrebbe più lasciato andare, lo avrebbe fatto a pezzi e se lo sarebbe mangiato.
L'ometto cominciò a strattonarlo e insultarlo e gli mollò un paio di sberle, pesanti, con gli anelli delle dita. Poi ci prese gusto, perché non reagiva e assorbiva i colpi scuotendosi da una parte e dall'altra. Così penso bene di tirargli un pugno in faccia, proprio sul nasino delicato che aveva. E sai, il naso si ruppe e il sangue venne fuori con uno zampillo che li macchiò tutti e due. Adesso al ragazzino girava la testa, le orecchie ronzavano e la vista sembrava calata di colpo. Così vide solo una grande figura nera alle spalle dell'ometto.
Christopher, perso com'era nella sua vendetta contro il mondo, non aveva notato la corsa silenziosa di Spooky, che ora dietro di lui sollevava un pugno fasciato di metallo.
Spooky non era certo un angelo custode, sai. Era un bandito spietato. Ma disprezzava e odiava quelli che se la prendevano con i bambini. Di solito era freddo, calmo e faceva lavorare la testa, però la sofferenza di un piccoletto come te lo incendiava in una palla di fuoco.
Quando il tirapugni cromato scese - al ragazzino sembrò splendente nel buio del vicolo - quando si abbatté sul cranio di Christopher, dico, be' ci fu un bello schiocco. Le gambe dell'ometto come si spezzarono e lui crollò a terra. Un vitello al mattatoio. Ma gli occhi del vitello sono tristi, sai, perché ha già capito, invece quelli di Christopher erano pieni di sorpresa, per una rivelazione improvvisa.
Forse Spooky si sarebbe fermato lì, per soccorrere il ragazzino. Ma in mano Christopher stringeva tremando la pistola, e fece perfino partire un colpo che si infilò in un bidone. Allora Spooky si arrabbiò per davvero e gli fece volare via il ferro con un calcio e gli fece girare la testa di scatto con un calcio e gli riempì la faccia di pugni. Il bambino stava steso in terra, e tutto attorno a lui era un sogno immerso nella penombra e nel ronzio, e a un certo punto quella specie di angelo nero lo stava sollevando fra le braccia e si sarebbe occupato di lui, certo. Poi svenne e non ricordò nient'altro.
Sono lieto di dirti che non gli era successo niente di grave e si rimise rapidamente in buona salute. A parte il naso, che non tornò più dritto. Proprio come questo qui, con quella specie di montagnetta-e-cunetta che ti piace tanto solleticarmi. Be', insomma, assomiglia a un lieto fine, no ?
Da quel giorno Christopher, invece, non si riprese. Forse qualcosa si era proprio rotto, nella sua testa. Quando uscì dall'ospedale aveva perso il lavoro e ciondolava tutto il giorno per il quartiere guardando per terra e evitando la gente. Non sembrava più arrabbiato. Immagina la tv quando cambi di colpo canale. Gli finirono i soldi, i vestiti cominciarono a cadergli a pezzi, le scarpe si sfondarono, insieme a tutta la sua vita. Diventò un barbone.
Per quanto ne sappiamo è ancora lì attorno, congelato in quella sua giornata, quello che fu il giorno del giudizio, del martirio e dell'illuminazione per Christopher, e questa è la fine della storia. Dormi, ora.

Prima di uscire dalla camera Frank guardò di nuovo giù nella strada appena illuminata. Non pioveva più. L'uomo stava uscendo dal portone sulla strada lucida. Per un attimo si fermò, armeggiando attorno al collo del cappotto. Da lì Frank non poteva vederlo, ma non ne aveva bisogno: su una spalla, assicurata al colletto con una cordicella, c'era una statuetta di terracotta. La più importante del presepe.



















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