[La pagina di Dust]
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mercoledì, ottobre 27, 2004

Collateral
Lost in citation

Ho visto in questi giorni "Collateral" e "Sentieri selvaggi". Evito commenti sul secondo - penso solamente all'espressione "larger than life", adatta a quei personaggi animati da qualcosa di potente e archetipico a cui non resti indifferente, simpatia o no.
Prendiamo invece Max e Vincent, la coppia di "Collateral", che la visione ravvicinata dei due film mi ha in qualche modo costretto a confrontare con i "giganti" di Ford. Rispettivamente un tassista inchiodato a un lavoro frustrante, perso in fantasie da wannabe padroncino e un killer coscienziosamente deciso a rispettare un impegno contrattuale che prevede l'eliminazione in poche ore di cinque tizi.
Qui non è in ballo proprio nessun grande valore. La pellaccia, i soldi, la macchina. Solo alla fine una donna, che, come da sperimentate alchimie, distillerà dal pavido Max un ardito principe azzurro. Siamo in sostanza di fronte a due figure prive di qualsiasi grandezza, nel bene e nel male.
Le tirate pseudofilosofiche di Vincent non vanno sopravvalutate: non ne esce un titanico personaggio di cattivo. R
icordano invece quelle frasette furbe da manuale del perfetto manager, le citazioni cheap con cui il capo si bulla - magari sbagliandole - di fronte a segretarie e sottoposti che non hanno letto il Bignami giusto. Repertorio, insomma, tanto è vero che lo stesso Max le usa per insaporire il personaggio quando si trova costretto a fingersi il killer. L'accenno a Shakespeare è dei più scontati, ed è banale leggenda metropolitana la notiziola sul morto appunto in metropolitana (leggenda che Vincent proverà involontariamente ad inverare). La domanda su Miles Davis a cui è sottoposto un tale che con Davis ci ha perfino suonato è in puro stile quiz televisivo, la tipica nozioncina di cui si nutre il fan.
Non attribuirei insomma alcuna valenza particolarmente profonda al rapporto tra i due uomini: fa semplicemente funzionare il film. Siamo all'ennesima variante dello schema buddy-buddy, questa volta con un pragmatico freelance di successo e molto professionale ("E' il mio lavoro!") e un onesto lavoratore con velleità impenditoriali.
Vincent è un'ottima macchina da film: scattante, preciso, spietato e abilissimo a plasmare e ristrutturare creativamente le situazioni, per sfavorevoli che siano. I dialoghi con Max - del tutto privi di contenuti apprezzabili, come dicevo, ma funzionali a mantenere una tensione tra i due - mi sono invece piaciuti sotto l'aspetto puramente visivo: le inquadrature frontali, dal parabrezza, la luce soffusa dell'interno, i due volti spesso su piani sfalsati e separati da un mezzo vetro, la strana consistenza polverosa delle immagini (merito del digitale ?). Mi ha sempre convinto il modo quadrato, plastico in cui Mann tratta corpi, colori - qui spesso scuri e molto saturi - e spazi, volumi. La sparatoria in strada di Heat me la sono vista e rivista e per me rimane un pezzo da antologia. In Collateral non ci sono momenti così esaltanti, se si esclude la mattanza nel club, che risulta però a tratti confusa.
Il film ha comunque una sua musicalità, con sequenze calde e latine e atmosfere più jazzate, momenti lenti e improvvisi assoli di violenza. Mi ricordo tra l'altro che Davis (presente nel soundtrack) fu special guest in una puntata di Miami Vice, grande invenzione di Mann e in assoluto tra i pochi telefim che mi abbiano mai appassionato.
E poi c'è questa Los Angeles notturna, deserta e aliena, in cui un metaforico coyote ti attraversa la strada come provenendo dal cuore selvaggio della città. Una geometria di spazi e architetture che collegano i luoghi degli omicidi - gli interni - lasciando a volte quasi sospesi nel vuoto la macchina e i suoi occupanti su uno sfondo gigantesco e indifferente.









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