[La pagina di Dust]
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lunedì, settembre 20, 2004

Incaprettato
Fahrenheit 9/11

Trovo pertinenti - ma non condivisibili nel loro esito - le critiche a Fahrenheit 9/11 svolte su "Duellanti" da Carlo Chatrian, che prende spunto dalla strategia retorica di Moore per accusarlo di fare non cinema, ma audience. Il film di Moore risponderebbe "a una strategia del consenso", ma abbandonando "l'idea che la realtà si può cambiare".
E' vero, Moore non è un rivoluzionario ma un "sincero democratico", e si batte per quelli che considera "sani" valori fondanti della democrazia americana. E sostiene un candidato che forse non si differenzia in modo radicale dal suo avversario.
E' vero, alcune parti del film "forzano" il discorso utilizzando espedienti retorici tipici della fiction (ad es. la parte dedicata alla madre) ed è vero, Moore mette in scena provocazioni (v. la proposta di mandare in guerra i figli dei parlamentari) estemporanee e ad effetto (nullo) sicuro. L'operazione che compie, al di là delle difficoltà incontrate in fase di distribuzione, sta poi interamente all'interno della macchina produttiva cinematografica: tutta la storia della realizzazione del film non evoca tanto l'epica del cineasta d'assalto quanto quella del self made man.
Cerco però di spiegare le ragioni del mio dissenso rispetto a Chatrian

Non è una barzelletta
Sarei d'accordo se il film fosse solo - come viene a volte presentato - una gigantesca presa per il culo di una persona [ Ehi, qui c'è un errore: quelli che si accontentano delle barzellette su B. siamo noi ] Non penso che un discorso contro la guerra vada bene comunque sia argomentato, tanto "tutto fa brodo". La sostanza delle argomentazioni conta, e anche la forma, se stiamo parlando di un prodotto culturale.
Ma in realtà nel film l'attacco a B. è portato su molti versanti e con argomenti solidi, in particolare:
- la menzogna sulle reali motivazioni della guerra, l'attività e gli interessi della lobby di parenti e amichetti di B.
- la paura diffusa ad arte, la violazione delle libertà personali
- il peso della guerra ribaltato sulle spalle dei ceti più deboli
Quest'ultimo punto l'ho trovato particolarmente interessante, e la scena dell'adescamento-arruolamento è seconda, nel mio gradimento, solo a quella, memorabile, in cui B. riceve la notizia dell'attacco in una scuola elementare, durante la lettura de "La mia capretta". Ho avuto un momento di umana comprensione per quella specie di Clouseau che non sa quale favola raccontare, adesso. E cerca smarrito il suggeritore, si immerge, come un bimbo spaventato, nella consolatoria vicenda della capretta. Ti aspetti che si batta le mani sulle orecchie facendo bababababa per non sentire. Ma in quella scena non c'è solo indignazione o generico sfottò: c'è la resa visiva della sospensione, dell'ebete momento di vuoto di un potere raffigurato sempre come immenso e implacabile. Ci vedi implodere un intero immaginario di presidenti USA, dal Kennedy del filmato Zapruder al "giusto" Henry Fonda in "A prova di errore". E anche qualche tavola di Rockwell.

L'operazione e il linguaggio
Fahrenheit 9/11 è un prodotto collettivo, risultato - anche - della collaborazione di "dissidenti" all'interno dei media, ed è strutturalmente un work in progress. Queste due caratteristiche ne fanno un prodotto anomalo e potenzialmente innovativo, anche se pienamente inscritto in una logica "commerciale". Mi piacerebbe - pura fantasia - vederlo evolvere in un lavoro a più mani, accettando di de-autorializzarsi e di essere integrato e "declinato" da altri cineasti in diverse versioni-paese (italiana e inglese in primis).
E' vero, anch'io (come marquant) ho avuto momenti di irritazione causati da gigionate sparse ed effettacci, ma (come lo stesso marquant, seconda visione e ilcinemasecondome) me ne faccio una ragione. Soprattutto pensando al target del film, che non è esattamente quello degli scafati politologi europei: il successo di questa operazione di contropropaganda dipendeva in modo cruciale dalla sua accessibilità e capacità di coinvolgimento. In più, dall'altra parte mica abbiamo mammolette e comunicatori sprovveduti, per cui "à la guerre comme à la guerre".

Perché insomma non possiamo permetterci di storcere il naso
Ne sono cosciente: è senz'altro una logica da tempi duri, di trincea. Il terreno su cui ci muoviamo l'ha scelto e ben dissodato l'avversario, né una qualche proposta di comunicazione più radicale del film di Moore e ugualmente efficace/efficiente (per il coinvolgimento di un'audience la più ampia possibile, ché questo è l'obbiettivo) ci viene dalla cinematografia europea. Fahrenheit 9/11 ha il merito di mettere a fuoco l'operare di alcuni reali meccanismi del potere e di identificarne qualche - non secondaria - offesa alla democrazia. Non è la migliore delle armi possibili, ma non possiamo permetterci di lasciarla inutilizzata.




















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