[La pagina di Dust]
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lunedì, agosto 02, 2004

Aurora

Visto Aurora di Murnau insieme a mia moglie (per i + correct: "la mia compagna", per i + integralisti "la mia concubina"). Ridicolo più che mai ogni tentativo di pseudoanalisi critica: sarebbe come mettersi a recensire la Divina Commedia. Giusto qualche riflessione sul particolare piacere che una visione del genere mi regala. Vedere un film muto e in bianco e nero è già in sé un piacere astratto. Oltre a sintonizzarti su una gamma di grigi, per me sempre ipnotica, devi forzarti ad entrare in un sistema di comunicazione - quello del muto, appunto - che ha canoni inusuali, eccessivi. Nei momenti di più cupa oppressione, ad esempio, il protagonista è ingobbito, si muove rigido come un fantoccio, un'espressione tetra sul volto - sembra invece il ritratto della salute una volta liberato della propria ossessione. Ancora, ho del tutto ignorato la trama filiforme e oggi indigeribile - superflua. E' rimasta la pura visione di un film semplicemente zeppo di immagini miracolose, con un uso potentemente espressivo degli "effetti speciali" disponibili all'epoca (1927) e alcune scene (gli scorci di città, il luna park, la corsa in autobus) che per luce, senso dello spazio e del movimento ti lasciano secco. E la pianto qui, giusto sull'orlo di una noiosa e polemica descrizione del senso di nausea che mi provoca la saturazione da effetti speciali nel cinema attuale.
Frecciata della compagna di visione: "Ci voleva Murnau perché mi portassi a vedere un film d'amore". Colpito e affondato.
A vedere Aurora ci è andato anche Marquant, che ha scritto una divertente lettera



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