[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




lunedì, luglio 12, 2004

Playtime

In Piazza Maggiore ho rivisto dopo più di trent'anni Playtime di Tati, versione integrale restaurata 70 mm. Me lo ricordavo solo divertente e brillante. Mi sbagliavo: è un capolavoro.
Pur così lieve ed in alcuni punti realmente esilarante è un film che richiede un impegnativo sforzo di concentrazione, un incessante scanning di tutto lo schermo e un udito in stato di grazia. Perché è il risultato di soluzioni visive e sonore, tecniche di ripresa e narrazione inusuali ed astratti. Un film in pratica privo di storia, indescrivibilmente complesso e pirotecncio, strutturato in decine di episodi spesso compresenti, giustapposti in una singola scena. Là dove un normale film comico si concentra sull'assolo del protagonista qui agiscono simultaneamente o in rapida sequenza molte microstorie, ciascuna delle quali occupa una ben definita frazione dello schermo e le imprime un'improvvisa densità e mobilità. A volte, come accade per certi brani di Frank Zappa, abbiamo la sensazione che Tati sia troppo veloce per noi e riesca a coreografare le azioni del suo materiale umano con tale abilità da surclassare la nostra capacità percettiva.
La colonna sonora, curata maniacalmente per un anno sui tre di lavorazione, è un continuo alternarsi di minuscoli rumori amplificati o sottratti (strepitose le gags della porta realizzata in materiale perfettamente fonoassorbente) e sottofondi di traffico o brani musicali. Il parlato (insostituibile la versione originale) amalgama in un sincopato gramelot frasi multilingue spezzate o solo accennate, contrappuntando e legando la mimica corale di una folla di personaggi.
Ma forse i veri protagonisti del film sono le architetture, i materiali, le tecnologie, tutti asetticamente luccicanti e tragicamente comici nella loro crudele disfunzionalità. E anche una generale perdita di significato: ingorghi di oggetti (ambiguamente) segnaletici e di codici incomprensibili, spesso usati con supina imbecillità o esibiti tronfiamente (ad esempio l'imperioso quanto impotente schioccare di dita del capocameriere). Per lo spettatore lo sforzo di individuarli e interpretarli è continuo, e già solo per questo il film andrebbe proiettato nelle scuole e analizzato scena per scena.
Cifra e materiale principe di Playtime è il vetro. Ovunque superfici di vetro gigantesche, perfettamente lucide e trasparenti, come dire il nulla. Ma un nulla che inganna, riflette, delimita e separa spazi, storie e ambienti sonori - e ha comunque una propria consistenza da non dimenticare, per evitare - come accade - di sbatterci contro il naso. Un nulla che c'è, o "deve" esserci, come nel caso della porta di un ristorante che va in frantumi e la cui presenza verrà simulata dal portiere - per giustificare il proprio lavoro e per incassare mance dai clienti in uscita.
O ancora un nulla che "non può" esserci, come le irreali pareti trasparenti che inquadrano una scacchiera di appartamenti identici e attraverso le quali vediamo affiancate piccole storie parallele ma interdipendenti. Scatole illuminate inquadrate dal buio della strada, dentro le quali uomini e donne guardano gli stessi programmi dentro una scatola illuminata.
La comicità del film nasce fondamentalmente dal continuo incontro-scontro tra uomo e strutture, tecnologie, oggetti ipermoderni e ostili, segni beffardamente fuorvianti - e dalle strategie di adattamento pateticamente acquiescenti o irriducibili e creative che ne conseguono. Eviterei però di dare a questo tema portante la valenza di un "messaggio", che sarebbe in ogni caso evaporato nei 37 anni trascorsi dall'uscita del film.
Impressionanti per rigore strategico il senso dello spazio, le geometrie e l'uso della luce e del colore, perfetta la gestione del ritmo, che varia da una prima parte rarefatta al trascinante funambolismo delle scene al ristorante fino ad un finale luminoso, quasi lirico. Diabolica l'abilità nel disattendere o premiare le "attese" dello spettatore, magari inserendo a mo' di tormentone buffi "doppi" di Hulot, il primo dei quali compare (ingannandoci) all'inizio del film, ancora prima che Hulot stesso entri in scena.
Come si può indovinare sono tornato a casa delirando con moglie e figlia, quasi incurante del freddo assassino che strisciante aveva invaso la piazza.









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