[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




venerdì, giugno 11, 2004

Haneke

Mi figuro Haneke - nel privato - come un atroce rompiballe. Di quelli che gli devi sempre dire "Ma dai, era una battuta". Di lui conoscevo solo "Funny Games" e ora "Il tempo dei lupi" (ITDL). Approfittando di un basso prezzo ho comprato il DVD de "La pianista" e non so ancora come farò a vederlo - non mi pare il classico filmettino da serata famigliare. Questo per dire che ho un discreto stomaco.
Da Funny Games io e un mio amico uscimmo ammutoliti. Da ITDL (no baloney) ho visto uno emergere urlando "Ma come cazzo fa uno a immaginare un film del genere". Leggo sul sito di Reflections "Se l'universo sta morendo chi se ne frega che l'utente cinematografico stramazzi sulla poltrona? Anche questa è una spiegazione per un film così concepito".
Buio in sala - titoli di testa bianchi su fondo nero - niente sonoro. Prima scena quasi tranquilla (se non hai visto niente di H.): papà, mamma e 2 figli entrano in una casa colonica (ah, un noioso weekend della brava famigliola, pensa l'ignaro - chi conosce Funny Games inizia a sudare). Due minuti dopo, daddy (un attore che avresti detto della razza-che-dura-fino-alla-fine-del-film) è cadavere e il residuo trio vagabonda per la landa. Da lì in poi va soltanto peggio.
Aggiungiamo che H. praticamente butta via a metà film la Huppert [ tra le attrici che prediligo: nella prima scena, scendendo dall'auto si tira giù il maglione sulla schiena, là dove qualsiasi megattrice francese si sarebbe ravviata i capelli in puro stile perché-io-valgo ] e infagotta un sex symbol come la Dalle in un cappottone squadrato da spaventapasseri, oltre a farle ammollare un ceffone dal marito.
Aggiungiamo anche che ci sono momenti in cui sembra che il regista si sia preso un break: "Be', filmate un po' quel cazzo che volete, vado al bar". Detesto le critiche del tipo "avrebbe potuto tagliare una buona mezz'ora", ma di momenti morti in ITDL ce ne sono davvero.
Detto questo, il film raggiunge momenti di insostenibile angoscia, trasmessi da scene visivamente molto potenti tra le quali una girata nel buio completo, alla ricerca di un bambino sperduto - con il solo aiuto di paglia infuocata. E la sepoltura di una bambina, durante la quale sentiamo le grida di dolore della madre ma vediamo solo le gambe dei presenti, la fossa e il verde intorno.
Nebbia, buio, fuoco, squallore, un'umanità accatastata in uno stanzone di una stazione nel mezzo del nulla. Litigi, violenze, sopraffazioni, embrioni di giustizia malata, leggende e miti di salvezza che serpeggiano. Etnie diverse che si scontrano.
Il tema della catastrofe (se vi pare nuovo vi siete persi qualche cosa), fortunatamente lasciato inesplorato, diventa il contesto, il "qui e ora" entro cui tutti devono improvvisamente riassestare la propria razionalità e la propria etica. I punti di riferimento sono persi, in modo definitivo: i luoghi del film progressivamente si svuotano di senso, scompare ogni progetto tranne la pulsione a sopravvivere comunque. Potremmo dire che l'unico "senso" è quello del binario su cui attendere un treno fatto della materia di cui sono fatti i sogni.
Da un certo punto di vista la durezza del film è educativa (sospetto in Haneke la presnza di una componente sadico-didascalica): ci lascia tempo per contemplare il disastro senza propinarci consolazioni, spiegazioni e speranze nell'avvenire. Da quel blob di umanità varia non sta nascendo una comunità, casomai un caotico e conflittuale agglomerato di gruppetti, bande e fedi.
Altro motore di angoscia è la sofferenza dei bambini, admittedly un mio punto debole: non riesco a sopportarne con freddezza la vista o la descrizione (mi sento un po' in compagnia del fratello Ivan). Così quando il piccolo sta per buttarsi nel fuoco - come un agnello che si autoimmola per la salvezza del mondo - il mio stomaco si annoda. Si salverà grazie ad un personaggio che in precedenza non aveva guadagnato la simpatia generale. E alle sue favole, ad un calore improvvisamente riscoperto.
Vogliamo parlare di una piccola speranza ? Il finale è enigmatico: una soggettiva da un treno in corsa. Vediamo (ma chi sta vedendo realmente? c'è veramente qualcuno che guarda ?) alberi e prati scorrere davanti a noi. Non una presenza umana. Questo treno smaterializzato, presente soltanto come visione è la salvezza o solo una provocatoria e maligna fantasia che Haneke ci sbandiera davanti?











postato da: Dust | permalink |