[La pagina di Dust]
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mercoledì, maggio 19, 2004

Elaborazione

Mi costa qualcosa cercare di rielaborare le sensazioni che le immagini delle torture di Berg mi hanno provocato. Ci ho provato con questo pezzo sul Barbiere della Sera

Ho visto il filmato Berg su Dagospia, che titolava qualcosa come 'Così sappiamo con chi abbiamo a che fare'. Il titolo si può estendere a tutte le immagini di tortura che circolano in questo momento, ma non nel senso attribuito all'espressione da Dago
Qualche impressione, confusa come (e con) le sensazioni che ho provato.
In astratto la questione 'Devono o no essere mostrate' è fasulla, o come dice Baudrillard in
un'intervista, semplicemente insolubile, senza risposta: l'immagine si diffonde viralmente, incontrollata, in modo istantaneo.
Il confine tra il pubblicabile e il censurabile è sempre più definito dal consumatore stesso delle immagini - un contenitore infinito - con un click.
Proporle in un organo di stampa o in un sito web - ininfluente dal punto di vista della fruizione complessiva - è invece una scelta di definizione del proprio pubblico, e il commento e il contesto fanno la differenza.
Anche il modo di riprodurle è significativo: nelle foto i genitali dei prigionieri sono oscurati (giustamente Vauro commenta in una vignetta "Così anche i bambini possono vederle", come se la vera oscenità stesse nel nudo frontale), i filmati sono in parte tagliati o silenziati, e allora addio 'documento oggettivo'.
Due diverse messe in scena:
- autoreferenziale, citazionista quella USA (statua della libertà, film da college, pornografia da home movie ma con una vasta disponibilità di corpi, il sogno del dilettante - e una foto con i cani che si avventano contro un prigioniero ricorda una famosa opera di Warhol con la polizia che aggredisce manifestanti neri).
Sono state citate anche le famose foto di linciaggi scattate nel sud degli States, con tanto di circoletto attorno alla testa di un sorridente spettatore e la scritta "Quello sono io". Il Salò di Pasolini.
Attori e destinatari coincidono, nelle intenzioni sono sia foto ricordo sia strumenti di offesa e terrore.
- sacrificale quella della decapitazione, uno snuff movie girato in tribunale. Il testo, le parole del giudizio, l'improvvisa estrazione del coltello e quella macellazione su un fianco richiamano altri giudizi e sacrifici.
A me hanno ricordato Caravaggio e Artemisia Gentileschi - in particolare quella decollazione del Battista in cui l'arte del carnefice e la morte stessa sono lì all'opera, concreti e irreversibili come definitivo e incurabile è lo squarcio aperto nel collo.
Immagini sporche, confuse. Un sonoro parzialmente fuori sincrono. Pochi schizzi di sangue, dice qualcuno, suggerendo che forse l'uomo fosse già morto. Per lo spettatore cambia assai poco, credo.
Queste immagini non producono senso, ma impongono partecipazione, perché al lavoro ci sono dei corpi umiliati, aperti, esposti, o al contrario trionfanti, stilizzati e avvolti in divise.
Sono immagini che non consentono distanza, che ammiccano a complicità. Guardarle è già esserne intorbidati e coinvolti, ma con quale ruolo è bene chiederselo. E' un guardare in noi stessi, la povertà del nostro corpo e l'oscura corruttibilità del nostro spirito - senza riuscire a distanziarci né dalle vittime né dai carnefici.
Così il titolo di Dagospia suona sarcastico: è a noi stessi che allude, e andrebbe riformulato come una domanda.
Giorni fa ho assistito a un gioco di strada che non vedevo da molto tempo: un tavolinetto pieghevole rapidamente approntato e ricoperto con un panno - e il piccolo gruppo misto di curiosi e compari.
Una variante del gioco dei bussolotti eseguita con la solita pallina di carta e tre scatolette gialle, ben visibili sulla stoffa rossa.
Come ogni truffa 'povera' e ben congegnata ha una caratteristica: appare al gonzo come un giochetto da gonzi. Il pollo deve sentirsi insomma in condizione di superiorità rispetto al truffatore, lo deve percepire come un patetico guitto non abbastanza abile - e i compari sono lì per rafforzare questa impressione.
Il joker fa apparire e sparire la pallina, poi si ferma e lo guarda, perché lo sa che è lui il pollo e così il pollo tira fuori la banconota e punta il dito sulla scatoletta.
E quando la mano nervosa del truffatore tocca la scatoletta, e con un gesto secco e onesto la alza a metà, quando puoi guardare davvero e in maniera definitiva sotto la scatoletta - allora, allora..è il momento nudo di una piccola, crudele forma di verità, su te stesso e sul joker.
Una sensazione collegata confusamente alle immagini: clicca su quel link al video di Berg, il gioco più richiesto in rete. Quando si solleva la scatoletta vedrai che cosa c’è dentro. E chi.






















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