[La pagina di Dust]
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martedì, aprile 27, 2004

L'odore del sangue

Ecco un film di cui non si può dire "E' carino". Stupidamente (inutile dirlo) vietato ai min. 14, lo sconsiglierei comunque ai più giovani, inadatti per caratteristiche strutturali ad apprezzarlo. La trama la trovate ad esempio qui, cast e credits completi sull'insostituibile IMDB

Dovendo realizzare un film ispirato ad un libro, "L'odore del sangue" di Parise sarebbe, credo, l'ultimo dei testi che sceglierei. Partirei, che so, da "Tishomingo Blues" di Elmore Leonard (ma ci hanno già pensato) - dialoghi schioccanti, personaggi incisivi, un plot a orologeria, panorami saturi di colore. La sua regola di scrittura preferita: "If it sounds like writing, I rewrite it".
Non sceglierei il romanzo di Parise (che leggo ora sull'onda del film) in primo luogo per la struttura: un monologo introspettivo e devastato rotto da dialoghi spesso ellittici, quasi un campionamento di intercettazioni esibito come prova. Frasi di valore e funzione asimmetrica: reticenti e oggetto di minuziosa, maniacale interpretazione quelle di lei, tagliente strumento di analisi (e di tortura) quelle dell'io narrante, che, nel libro, di professione è appunto analista.
Lo stesso "odore del sangue" sembra irriducibile al linguaggio cinematografico. Non tanto per la difficoltà di trasporne in immagine lo spessore sensoriale (la scrittura di Parise lo rende invece assai concreto), quanto per la potenza simbolica: refrattario ad una descrizione esaustiva, segnale e insieme motore di uno sconvolgimento profondo. L'immagine richiama in sé Eros e Thanatos, le forze oscure che agiscono attraverso i protagonisti (anzi, "li" agiscono). E, nel romanzo, la percezione di questo odore si accompagna nel narratore ad una sorta di sfinimento ("narcosi" è il termine ricorrente) che è preludio a sogni e visioni rivelatrici.
Mettere in forma di film la materia del romanzo incompiuto di Parise è insomma un'operazione complessa. Richiede, per non tradurlo/tradirlo in un trito melodramma borghese, una strategia di rapporto con il testo contemporaneamente delicata e affilata. Martone ne ha parlato come di un "corpo a corpo", sottolineando così la centralità che il legame con il romanzo ha nel progetto del film. E nel corpo stesso del film la figura del protagonista è quella di un giornalista alle prese con la scrittura di un libro in cui riporta le esperienze di inviato in territori di guerra (il riferimento allo stesso Parise è chiaro). Gli scarti, le adesioni, gli adattamenti, in generale le scelte di Martone rispetto al testo scritto mi sembrano quindi più che in altri casi significative.
Kezich si spinge a dichiarare "il vero romanzo 'L'odore del sangue' è il film che ne ha ricavato Mario Martone, non il libro che Goffredo Parise fu incapace di mettere a punto". Un po' perentorio, però non mi capita spesso di trovare così 'necessario' tenere insieme testo e film per apprezzarli come distinti oggetti di un unico progetto artistico.
Sono molti gli aspetti che caratterizzano il contrappunto libro-film. Solo alcune osservazioni:
- uno spostamento significativo è la totale invisibilità del giovane amante di Silvia. Nel romanzo il protagonista lo vedrà solo al processo, e il giovane risulterà con assoluta certezza innocente dell'omicidio della donna. Martone tronca - con rigore e coerentemente con l’impostazione tragica del film - prima di questo epilogo, ma non può tradurre la splendida frase di Parise “Poi entrò Giovanni e mi portò fuori, a Roma, nell’odore del sangue”. Il ragazzo non si materializza (ne vediamo dei cloni in una sede di neofascisti) e potrebbe perfino essere pura invenzione. Ma non ha alcuna importanza, tanto fisica e prepotente è la presenza della sua forza, la sua capacità di prendere Silvia - in ogni senso - il suo cazzo (simbolo ricorrente nelle ossessioni e visioni di Carlo) e di qui "l'odore del sangue"
- compaiono in TV alcune scene di "Tornando a casa", con Voight e Jane Fonda. Carlo e Silvia ne discutono e lui, spazientito, ad un tratto le chiede "Ma qual è il sugo del film?". La frase, che nella vita reale troverei idiota, nel libro è dichiaratemente frutto di un calcolo: è la domanda di un analista razionale e professionale, che è però anche marito geloso ed espropriato [ l'intera vicenda potrebbe forse essere letta come la storia di un'analisi 'scorretta', corrotta e destinata a deragliare fino ad uccidere il proprio oggetto ] Ecco, il personaggio di Placido appare qui e altrove come depotenziato rispetto al narratore del libro
- Martone introduce un episodio che non compare nel romanzo: una fellatio a cui Carlo assiste e che ritornerà nelle sue visioni (e che ha causato il viet. min. 14). La scena - immersa in una penombra rossastra e 'sporca' - è relativamente indipendente dalla storia, ma ne condensa, credo, il fondo scuro, pulsionale e caotico. E’, in fondo, l’immagine più essenziale dell’amante di Silvia – e la scena, questa volta interpretata dalla stessa Silvia e da un giovane di cui non è mostrato il volto, verrà appunto replicata in un incubo di Carlo
- i dialoghi sono invece spesso molto fedeli. Qui va notato come la pronuncia della Ardant (che per inciso deteneva i diritti dell'opera) possa creare effetti di straniamento a volte azzeccati, altre francamente grotteschi ("Mi sono fatta inculare" detto da questa signora della buona borghesia con un tono tipo "Oui, je suis Catherine Deneuve" può scatenare ilarità - in un blog si prevede per la frase il destino di "tormentone della prossima primavera").
E' stato evidenziato l'impianto teatrale del film, l'importanza del parlato. E' vero, i dialoghi, gli interrogatori incalzanti di Carlo, gli sfoghi di Lù, le "confessioni reticenti" di Silvia, in generale il ruolo della parola sono centrali nello scandire l’evoluzione del gioco al massacro e possiamo dire teatrale la loro messa in scena. Ma il film ha ambientazioni piuttosto varie (interni borghesi, case di un villaggio, monumenti, mare, campagna, Venezia, Roma) e momenti di pura comunicazione visiva. Una delle scene più belle, girata nel Grande Cretto di Burri a Gibellina (i cinefili più colti di me ci vedono Antonioni), riesce a parlarci di solitudine, frattura, materia, sconvolgimento - muovendo i personaggi in un ambiente immenso che è rappresentazione contemporaneamente di una città scomparsa e dell'irriducibile forza della terra. E' anche vero che buona parte del film è girata con una fotografia luminosa e asciutta, priva ad esempio dei toni dorati di "Morte di un matematico napoletano" o di quelli torbidi, lividi de "L'amore molesto" (in entrambi i casi dovuti a Luca Bigazzi, mentre qui la fotografia è di Cesare Accetta), quindi all'apparenza più 'neutrale'. In una bella intervista di Canova sul numero di aprile de "I Duellanti" Martone mette questa scelta in diretta relazione con le parole "semplici e cristalline" di Parise.
Ma tutto il film è sotto tensione, percorso da pulsanti linee di forza tra gruppi di opposti:
- ambiente urbano, moglie, rapporti sociali / ambiente naturale, l'amante, riflessione sul romanzo
- giovinezza, Eros / vecchiaia, Thanatos
- razionalità, analisi, parola, strategia, interpretazione, vista / passione, sesso, caos, sensi, destino, odore
Elementi che confliggono e si mescolano in una vicenda per la quale Martone richiama i termini di mito e tragedia e che peraltro sbocca in una deriva esistenziale molto attuale. Lo stesso Parise ci offre di questo conflitto/simbiosi tra opposti una splendida immagine nella descrizione di una statua di pietra strettamente avvolta dalle liane in un tempio Khmer.
Ma c'è anche un piano di lettura più prossimo, che ha innescato in famiglia un dibattito non poco vivace. Sintesi delle posizioni emerse (ringrazio entrambi gli intervenuti):
a) Carlo esce sconfitto e travolto dalla coscienza di una colpa. L'analisi è riuscita, il paziente è morto e la tragedia, come sempre, addita il vero colpevole. Già vede (o desidera) la propria morte nel contenitore vuoto dell'obitorio che gli si spalanca a fianco di quello di Silvia. In più, per tutto il film non fa che ribadire - e a volte mi vergogno per lui - il proprio frustrato e ridicolo desiderio di possesso. Sta invecchiando e perde potere (v. ossessione per il cazzo - e, tra l'altro, hai notato come fa cinquantenne la canzone di De André?), non finirà il libro
b) Colpevole e ossessivo sì, ma siamo seri. Lui intanto è vivo e magari metterà pure insieme una famiglia e dei figli: può ancora farlo [è difatti così nel libro]. La solitudine disperata di Silvia - invece - non ha trovato e non poteva trovare soluzione: a quell'età le sorti dell'uomo e della donna divergono radicalmente, e impietosamente. Sei come sempre troppo cerebrale e sei pure un vero stronzo a chiederti se quel bel nudo di schiena è proprio Fanny Ardant



















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