[La pagina di Dust]
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mercoledì, marzo 10, 2004

Le invasioni barbariche

Stai per morire, Rémy. Di fronte, un lago e uno splendido panorama autunnale. Attorno, i tuoi migliori amici, le donne più importanti della tua vita a parte una figlia, le cui immagini comunque - da una barca su un qualche oceano - ti raggiungono via satellitare per rappresentarti il suo affetto. Un figlio che - non saprai mai pagando chi e quanto - ti ha garantito un'enclave tranquilla all'interno di un ospedale pubblico stracolmo e caotico e ti ha sottratto al dolore fisico comprando ero come fosse zucchero.
Te ne andrai cazzeggiando sul passato, i pompini, le zingarate, la storia e tutti gli -ismi che ti hanno sedotto, accompagnato da un affascinante angelo della morte che ti spara in vena una decina di dosi di bianca - l'eutanasia più dolce, dicono. Affondando nel tuo primo, infantilmente trasgressivo onanismo cinematografico: pochi fotogrammi in cui si scoprono appena le cosce di una giovane già virtualmente santa Maria Goretti.
Quell'avido capitalista di tuo figlio Sébastien, della cui storia e cultura non condividi praticamente nulla, alla fine ti abbraccerà in lacrime (e son soddisfazioni).
Non esci di scena - per fare un esempio - scalciando e vomitando in camera da letto. Non ci sono i conigli neri, con il giubbotto catarifrangente, a portarti via come un sacco, avvolto in un lenzuolo, sfilando davanti alla moglie e al figlio che se ne stanno lì inebetiti. Non sei uno dei malati di Céline. Forse non te ne vai proprio come Socrate, ma quasi come Petronio sì.
Be', cristo, se non è un fantastico happy ending.. Personalmente ci metterei una firma. Ah, tu non lo sai ma la tossica addirittura passerà al metadone - per pura richiesta della produzione, suppongo - e stupirà tuo figlio con un autentico attimo di turbamento, un imprevedibile ma temiamo insufficiente shock passionale: la fidanzata - programmaticamente ostile all'amore - forse vedendolo pensieroso in modo sospetto, sulla via del ritorno a casa gli dirà il fatidico "Ti amo" che ha l'aria di un prologo alla solita storia di coppia.

Questo per quanto riguarda l'impianto drammaturgico di un film dai dialoghi indubbiamente brillanti, politicamente "scorretti" e costellati di situazioni divertenti (una fra tutte: l'incontro con la cinese), recitato da buoni attori, popolato da personaggi caratterizzati con intelligenza, privo di visioni memorabili (parziale eccezione un metaforico piano sequenza lungo i corridoi dell'ospedale, brulicanti di letti e persone). Non esente da inutili cliché: oltre alla metadonizzazione, cito soltanto il lancio del cellulare nel fuoco - ricordando un ben più liberatorio lancio da un tetto in Riff Raff.
Non sono così distante dal protagonista, per età e per formazione, da non sentir vibrare niente nelle domande sul senso e nelle riflessioni su vecchiaia, malattia e morte che coinvolgono lui e gli altri personaggi, e ho due figlie.
Però non è per questo che vado al cinema, e passo così al secondo film che trovo dentro a Le invasioni barbariche. Un film incentrato su un gruppo di persone che hanno condiviso formazione, ideologie e passioni. Una microstoria giocata su vari territori soggetti a invasioni e sconfinamenti, abitati o attraversati dai barbari.
Il primo territorio è il corpo stesso del protagonista invaso dal cancro - barbaro, refrattario, irriducibile. Ma molti sono i transiti, verso la provincia (il Canada) e verso il cuore dell'Impero (presente sullo sfondo) - uno di questi viaggi trasporta in qualche modo tutti noi e termina dentro le Twin Towers.
Il flusso di denaro di Sébastien - che trovo in qualche recensione descritto come un "go-getter" dotato di un "can-do approach" [vado pazzo per queste ipersintesi] - travolge altri confini e ostacoli, mostrandone tra l'altro la permeabilità e la convenzionalità. Emblema della barbarie, "principe dei barbari" nelle parole di Rémy, Sébastien sulla barbarie ci campa, e su di essa e grazie ad essa ha potere. La governa e al tempo stesso la tiene a distanza con i soldi (in particolare: non acquisterà mai di persona la droga).
Altri confini sono smaterializzati da cellulari e satellitari.
Altre invasioni sono citate - la Polonia, il massacro dei nativi americani.
Altre barbarie sono semplicemente lì - il collasso della sanità pubblica, l'inarrestabile diffusione della droga (qui nella sua variante "élitaria": tossici ricchi, ironici spacciatori perbene - niente vicoli squallidi, pusher neri, AIDS), un sindacato che sembra uscito da "Fronte del porto".
L'ultimo transito sarà quello che prevede solo il biglietto di andata.

Spunti che rimangono abbastanza vaghi e spesso banali - il film preferisce tutto sommato suicidarsi ripiegando su nostalgie e autocritiche. Questo è il confine che non attraversa: di là ci sono i leoni. Il medioevo che vede avanzare, temo, è solo un nome diverso per indicare una rinuncia, una ormai evidente e dolorosa mancanza di presa sul reale, una perdita di senso che è in primo luogo interna al collettivo che descrive (e a quello - più vasto - a cui allude). Il film è insomma uno sguardo su uno sguardo. Non morde: non tira le somme crudelmente né si affaccia sull'abisso e neppure azzarda qualche ipotesi alternativa (be', sì: la ex-tossica avrà a disposizione tutta la libreria di Rémy..).

E allora questo gruppo di intellettuali imbolsiti che tutto sommato se l'è sfangata tra le pieghe del sistema, che può anche andarsene così dolcemente, contrapponendo al medioevo che vede avanzare soltanto le proprie nostalgiche conversazioni e la buona tavola non mi intenerisce affatto e soprattutto non mi interessa.

Non è un film di cui avevo bisogno, insomma, e vorrei dire: che crepi, il vecchio.













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