[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




giovedì, febbraio 05, 2004

La vigilia di Natale di Dust

Dust era il suo nickname e così lo chiameremo.
Il viaggio in treno da Bologna fino a quel paesotto del ferrarese era stato piacevole. La campagna, percorsa da canali al cui bordo spiccavano sagome stilizzate di aironi, mostrava zolle spezzate in grandi blocchi o frantumate finemente e pettinate. Un falco si era alzato in volo da un filo in mezzo alla luce limpida.

Dust aveva letto un po' il giornale e un po' il libro che ora, mentre percorreva la strada per l'ospedale, era infilato nella tasca del giaccone di pelle. Passando nella piazza notò che la torre dell'orologio era decorata con pupazzi di altezza king size ma vestiti da nanetti. Se ne stavano là, precariamente abbarbicati alla facciata. I più fortunati avevano un cornicione per sedersi.

Il colore dominante nell'ospedale era il beige, quello tipico dei vecchi PC, per intenderci. Mani pietose avevano appeso qua e là piccoli addobbi natalizi e non mancava l'albero, sotto al quale si radunavano i regali per gli infermieri. Dust si lavò le mani e le asciugò - in mancanza di meglio - con carta igienica. Un'infermiera di passaggio gli chiese perché non usava quella specie di asciugamani ad aria calda, Dust rispose che se la rana avesse le ali non sbatterebbe sempre il culo per terra, in altre parole l'aggeggio era rotto: emanava un alito caldo poi più nulla.

Con sua madre parlò prima delle cure in corso, anche insieme al medico di reparto, poi delle bambine e dei racconti di Flannery O'Connor che le aveva portato. Poi ancora del rocambolesco salvataggio di Rete 4 e di vari dettagli pratici. Quando vennero a medicarla uscì dalla stanza e si mise leggere su una sedia a rotelle parcheggiata in corridoio.
Improvvisamente si rese conto che la voce del libro nella sua testa era sommersa da una simultaneità di suoni: il russare nella camera a fianco, il chiacchericcio sparso di parenti, la voce della caposala che tentava stancamente di convincere un anziano signore a seguire alcune indicazioni e in generale un magma di glutinose 'elle' ferraresi e vocali romagnole inopinatamente aperte / chiuse.
Su questa faccenda delle 'e' chiuse un suo amico aveva rimodellato per la moglie romagnola 'Let's Call the Whole Thing Off' ("You say Valéria, I say Valèria..").

Dopo circa tre ore sorprendiamo Dust di nuovo in stazione, nella minuscola e deprimente sala d'attesa, perso a fissare una teca che esponeva modellini di auto e aerei. La teca era incongruamente sormontata da una statuetta nemmeno troppo piccola, che in un materiale indefinibile dipinto con quelle che sembravano colate di caramello e poi glassato a lucido rappresentava (solo torturando l'autore potremmo conoscerne l'intento) un chimerico miscuglio tra un re medievale, un mago e un anziano etilista. Di quest'ultimo aveva portamento ed espressione. Emanava una sbigottita stanchezza. La si sarebbe detta appiccicosa e Dust non ebbe cuore di toccarla. Un cartellino ai piedi dell'oggetto ci provava senza pudore: "EURO 1000".
Dust si concentrò su alcuni manifesti pubblicitari e odio dirvelo ma mi sa che a quest'ora vi siete persi una serata di strip tease maschile e femminile in un locale il cui nome finisce con 'deluxe'. I meno giovani troverebbero intrigante un corso di liscio e folk romagnolo presso un circolo anziani ma maledizione anche questo nome mi sfugge.

Aspettando la coincidenza alla stazione di Ferrara, Dust andò alla toilette (potete seguirlo, vi saranno risparmiati i dettagli più sordidi), da cui un tizio stava uscendo molto frettolosamente. Appena entrato notò in un angolo un ragazzo che armeggiava imbarazzato con qualche borsa. Niente di strano, a parte che aveva il culo mezzo nudo e quindi Dust fece automaticamente 2+2.
Prima di uscire dal cesso lesse i messaggi scritti sui muri. La sua curiosità fu ricompensata da un dodecasillabo: "Ti voglio succhiare i calzini sudati" (Da-gli a-tri-mu-sco-si-dai-fo-ri-ca-den-ti) seguito da un numero di cellulare. Abbreviazione per i messaggini: TVSCS.

Nella sala d'attesa di Ferrara nessuno che entrasse o uscisse sembrava trovare opportuno chiudere la porta. Ad un certo punto si materializzò un vecchietto dall'aria scossa, con un guanto marrone imbottito e uno giallo da giardiniere. Fece - apparentemente senza successo - il giro di tutti i cestini dell'immondizia e poi svaporò silenziosamente all'esterno. In un angolo una donna guardava dentro una borsa piena di sacchetti di plastica, con grande probabilità tutta la sua ricchezza materiale. Ne estrasse un foglio di carta accuratamente ripiegato, lo svolse tutto, piano piano. Dentro, Dust non riuscì ad intravedere nulla. Poi lo tornò a ripiegare con cura, lo rimise nella borsa, si appoggiò i pugni chiusi in grembo e cominciò a dondolarsi avanti e indietro.

Lo speaker sintetico annunciò vari ritardi, sempre scusandosi "con la clientela per il disagio accorso". Attenti alla stazione di Ferrara, lì i disagi non si limitano a occorrere, accorrono pure premurosamente. Attenzione anche a non superare la linea gialla e non buttare oggetti dai finestrini (neanche nei finestrini, allora), ma questo lo diceva solo nelle pause fra un treno e l'altro. E a Ferrara di pause ce n'è parecchie.

Nei tre sedili attorno al suo si sistemarono altrettante ragazze nere. Orario, percorso, trucco e una generica conoscenza del mondo lo portarono ad etichettarle come prostitute, ma in realtà che cazzo ne sapeva. Due erano avvolte in lunghi piumini neri, la terza, che sembrava passarsela meglio, aveva un montone chiaro, occhiali azzurrati e una specie di zuccotto ricamato in testa, da cui usciva una coda di cavallo improbabilmente rosso bruciato. Aveva una bella voce bassa e roca, molto sexy, e lunghe unghie appuntite e colorate. Alta e sottile come l'Ombra della sera. Il loro odore forte si mescolava a sbuffi di profumo [qui ci starebbe bene "da due soldi", ma per dirla tutta Dust non distinguerebbe "Night in Padania" da uno Chanel no.5].
Per qualche minuto il bianco lampeggiante di occhi e denti, poi dormivano come bambine e Dust poté continuare a leggere il suo libro in mezzo al silenzio.

In attesa di scendere, nel limbo tra gli scompartimenti e la porta d'uscita, tre militari chiacchieravano in un dialetto stretto del Sud. La voce di uno distrasse Dust dalla lettura e avrebbe catturato la sua attenzione fino all'arrivo. Una voce rotonda, il ritmo pulsante e spezzato di quello che - stando alle risate degli altri - doveva essere un racconto divertente. Frasi rappate sparate a raffica da 'sto tipo massiccio, con la faccia piatta e inespressiva, ma cristo quel tale sapeva cos'è il ritmo. Dust stava per chiedergli l'origine di quella parlata, ma poi decise di non interferire e si godette questo flusso e il botta e risposta fra i tre fino all'arrivo. Puro suono, non capiva praticamente nulla.

Salendo sul bus verso casa fu colpito dall'attonita concentrazione dei pochi passeggeri. Sembravano ipnotizzati e capì il perché non appena seduto: era in corso una conversazione tra l'autista e un uomo anziano, male in arnese (d'ora in poi UAMA), e risuonava in tutto il bus.
UAMA recriminava "Oh, per i morti ho comprato dei fiori da portare al cimitero, ma sai quanto mi sono costati? Sei euro!" "Ah lo so, costano i fiori. I morti costano anche da morti" - pausa di messa a punto - "Voglio dire, i vivi costano anche da morti".
La considerazione sembrò meritare una percettibile pausa di riflessione.
UAMA, pindarico: "Lo conoscevi, te, Settecappotti?" "No, chi è" "E' morto, era quello che aveva sempre sette cappotti addosso. E un casco." "Girava con la bici, tutto storto?" "Sì, era lui, Settecappotti. Oh, quando è morto ci han trovato un sacco di milioni nel materasso. Li teneva lì dentro, nel materasso" "Meglio lì che in banca"
Pausa. UAMA azzardò una domanda personale: "Te c'hai dei debiti?" "No. Ma neanche dei crediti" UAMA ridacchiò, parendogli forse questa una risposta arguta. "Niente crediti eh?...E Gesus, lo conosci? Quello che va sempre in giro a piedi nudi, coi capelli lunghi, che bestemmia sempre. Per quello lo chiamano Gesus" "E' morto, Gesus"
Un brutto colpo per UAMA: "Be' ma come è morto.." "Non lo so. L'han trovato morto. E' morto!" "Ma pensa te, Gesus... Andava sempre in giro coi piedi nudi". Pausa di riflessione, un microdeprofundis "E come hai detto che è morto?" "E' morto, L'han trovato così, morto". UAMA archiviò il caso: "E Bellalingua, l'hai presente?" "Quello col carretto, sì, il furgoncino? Cosa vendeva pure.." "Mi sembra limoni. Be' lo chiamavano Bellalingua perché ogni tanto tirava fuori uno specchietto e si guardava la lingua" (anzi: "e si guaava a inga", visto che UAMA stava mimando il probabilmente fu Bellalingua).

Dust scese a malincuore: mai sarebbe riuscito a inventare un dialogo del genere. I due sembravano poter andare avanti a inanellare cazzeggi fino alla fine del tempo e dello spazio, come pifferai magici portandosi via nella notte, perso in quella oppiacea corsa di bus, il gruppetto dei passeggeri. Mentre saliva per la strada di casa la sua stazione radio preferita gli mandava in auricolare - quasi evocata - una cover di Eleanor Rigby, con una voce femminile che inseguiva, incalzava come un'eco: Eleanor Eleanor Eleanor...

Così, più o meno, andò la vigilia di Natale per Dust. Si era nutrito di una brioche e di un succo, aveva scambiato - madre e medico a parte - solo poche corte frasi funzionali in tutto il giorno ed era riuscito a leggere qualche pagina. Il titolo del libro era "Sorvegliare e punire" e questo.. be', questo Dust lo trovò vagamente ironico.

Copyright Dust 2003-2004












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