[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




sabato, febbraio 25, 2006

Il grosso fratello

Rivedendo il famoso spot trasmesso durante il Superbowl del 1984, in cui Apple concentrò credo la quasi totalità del budget per il lancio di Macintosh, noto più di una affinità con la performance di Calderoli. In entrambi i casi la scelta di puntare su un messaggio di forte impatto visivo ed emotivo, la collocazione in una trasmissione molto seguita, la netta identificazione del nemico grazie all'uso di un'icona potente e suggestiva, l'importanza del corpo e del gesto liberatorio.

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mercoledì, febbraio 22, 2006

Due epitaffi

La prima vittima italiana dell'aviaria

E, raccogliendolo, ricordo che dissi 'Oh, ma quanto è brutto 'sto anatroccolo?'


Marcinkus
L'anima rende


Me

Dio
Banca

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sabato, febbraio 18, 2006

I tre corpi di "Beau Geste" Calderoli
Il nuovo lavoro del controverso artista lombardo ha suscitato molti e spesso pretestuosi dibattiti.

Da sempre, al centro dell'attenzione di Calderoli sono le tensioni e le contraddizioni insite nella sua duplice, ambigua natura di trasgressivo performer e insieme rappresentante delle istituzioni. Un lavoro, il suo, che è innanzitutto meditazione sul corpo. Quello fisico, esondante e dionisiaco, quello istituzionale, evocato dall'abbigliamento rigido e da una cravatta verde che pare realizzata ad encausto. E, non meno importante, quello materialmente assente ma avvertibile come aura, carismatico alone del leader: il corpo elettorale e diffuso sul territorio.

Il livello di lettura più banale - come ci si può attendere da una critica schiava di defunte categorie politiche e ideologicamente inquinata - è quello della sfida all'Islam. Attestarsi su questa interpretazione sarebbe davvero svilire l'importanza del complesso gesto artistico. La performance è infatti precipitato di molteplici suggestioni, potremmo dire un blend degli effluvi che il polimorfo corpo dell'artista emana.

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giovedì, febbraio 16, 2006

Appunti su "Munich" e "A History of Violence"

Spielberg è in primo luogo un narratore di storie di persone, esseri umani con i quali non possiamo non sentire qualche forma di contiguità. Ma allo stesso tempo sceglie vicende emblematiche, che ci coinvolgono in quanto appartenenti a una comunità [per un inquadramento radicalmente diverso del rapporto storia individuale/collettiva suggerisco "Triple Agent" di Rohmer]. La ricostruzione storica puntigliosa - per non dire l'interpretazione o il giudizio - non mi sembrano obiettivi rilevanti dei suoi film: il contesto storico è importante perché definisce la qualità e la temperatura dei temi in campo, che sono comunque e sempre "per noi". Per questo aspetto "Duel" è un po' un archetipo, in cui minaccia, individuo e assenza di storia sono giocati senza chiaroscuri e messi in contatto diretto, brutalmente, in modo primordiale. Nel caso di Schindler, del soldato Ryan o di Munich Spielberg si affida sostanzialmente ad un giudizio storico assodato e condiviso, "spontaneamente" evocato nel pubblico dai termini "olocausto", "nazismo", "terrorismo".

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sabato, febbraio 04, 2006

Appunti su due film
(occhio: qualche spoilerata mi scappa)

The New World
Noto che più d'uno esce dal cinema segato a mezzo: tanto definitivamente rotto nelle palle dalla vicenda di Pocahontas (in gara per questo aspetto con King Kong) quanto estasiato dal lirismo di Malick, e io non faccio poi troppo eccezione. Il film sembra veramente indirizzarsi a due sistemi percettivi e di valutazione separati: quello che presiede al giudizio sulla narrazione scrive invelenito sul copione "è quanto di più lesso si possa immaginare", l'altro, il complemento a uno (spettatore) del primo, se ne sbatte del culturame USA e si bea di un'immagine che alterna momenti densi di grande forza evocativa ad altri di puro abbandono alla trama della luce, del colore e del suono.
Mi è parso di sentir qualcuno citare Faulkner, che magari ci poteva stare con "I giorni del cielo", ma qui.. boh.
Il tema della perdita dell'innocenza - direi un po' una costante in Malick - si imbolsisce nella nostalgia del buon selvaggio. Possiamo ancora permetterci queste manifestazioni di impotenza e - ad essere maligni - di cattiva coscienza ?

Match Point
Qui invece Dostoevskij non è solo citato, è proprio telefonato, anzi ci si aspetta che se ne esca a dire la sua come McLuhan in "Io e Annie". Il punto è che il protagonista potrebbe al massimo aspirare ad essere Smerdjakov. E' uno che - avendo ostentatamente letto Dostoevskij - trova figo appiccicarlo ex post a commento di un duplice omicidio dalle motivazioni borghesotte e prive ex ante di tormentosi paludamenti ideologici - che so, nichilismo. Aggiungi che il castigo proprio non arriva. Nel personaggio, insomma, non c'è nessuna evoluzione psicologica, not to mention una qualche redenzione, e il caso gioca un ruolo decisivo (brillante l'idea della vera/pallina): Fedor non avrebbe approvato. Il film è forse il calco cinico e borghese di Delitto e castigo ("Delitto e promozione" sarebbe più azzeccato) e mostra semmai l'impossibilità di Dostoevskij oggi. In sostanza, il vero nichilista è Allen.
Ho odiato la colonna sonora.

Detto questo, mi rendo conto di avere visto due film - per quanto più che dignitosi - inutili. Non saprei dire con esattezza il perché di questo bilancio, però non a caso mi hanno richiamato, per contrasto, rispettivamente Aguirre e Caché come esempi di altro rigore e urgenza.

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