In questo breve componimento il poeta canta, con toni ora drammatici ora sarcastici, l'infelice amore - platonico - per Didone, giovane allieva costretta per il suo comportamento scandaloso (compare un numero che pare riferirsi all'intera squadra di calcio scolastica) a ritirarsi dal collegio in cui il poeta stesso insegnava. Il disinganno è bruciante, e l'amor proprio del Nostro ne rimane profondamente ferito: "nude idi" sintetizza con forza il doloroso periodo di solitaria riflessione che lo attende. Il titolo allude chiaramente ad una scelta casuale, non meditata, ma - forse - anche ad un destino già iscritto nel corpo stesso della donna. Interpretazione rafforzata da quell'insistenza sul termine "dna" che assurge a simbolo di un universo ciecamente deterministico. Si notino gli indiretti accenni alla deformità fisica e alla povertà che tormentavano il Nostro ("dna acido", "adoni", "ducale") e al desolato panorama interiore ("landa di dune"). La durissima, amara, riflessione che chiude la poesia rielabora un noto proverbio popolare e già prefigura - pur se in forma ancora acerba - la tematica del dualismo bellezza-corruzione più compiutamente sviluppato nella produzione successiva.
Lanciando due dadi
Odi linda educanda ? Cadi da luna, Didone, donna decidua ! Di là cadi, denudando ali. Laida, nuda, dicendo "Alunne, addio! Caddi..." E dandola ad undici induci aedo dal dna caldo a nude idi. Dna acido, landa di dune..
Addio, ludica. Dànne. "Do". Ed adunca dilani adoni di dna ducale