Certi film non si lasciano terminare con un "carino" all'uscita - continuano a disturbare la tua chimica. Quando sei ragazzo, magari, è la presenza di un'interprete che si scolpirà nel Mount Rushmore del tuo immaginario erotico. Può essere la pura forza delle immagini, la compattezza della sceneggiatura, la spiritualità ("Il Vangelo secondo Matteo", rivisto di recente), la riflessione teorica sul cinema stesso. A un certo punto è così evidente l'interazione tra cinema e alchimia personale che lo capisci: morirai cinefilo. Da un film pretendo "disturbo" -astenersi perditempo, insomma-. L'opera di Haneke è un ottimo 'disturbo', e noto senza sorpresa che lo cita anche Houellebecq. Non esci tranquillizzato o coccolato da film come "Funny Games", "La pianista", "Il tempo dei lupi" e meno che mai da Caché (in italiano: Niente da nascondere), in sala in questi giorni. Fin dall'inizio sei insidiato in quanto spettatore: quella che ti sembrava l'inquadratura fissa di una casa di colpo si anima per un fast forward, ed è in realtà parte della videocassetta che i protagonisti stanno visionando (e tu con loro). Come lo spiazzante "rewind" di Funny Games che consentiva addirittura di ridisegnare una svolta fondamentale della vicenda (la sala rischiò il suicidio collettivo). L'autore di questo video, dei successivi e dei disegni che li accompagnano non ha corpo - chi spera nello scioglimento finale del mistero (il famoso whodunit) rimarrà deluso. Credo però sia un errore considerarlo un espediente, un Mac Guffin crudele. E' un'entità irriducibile a qualsiasi espediente o tecnica narrativa classica: onnisciente e invisibile ma insieme protagonista attivo. Controlla, documenta ma anche anticipa lo svolgimento e perfino pre/vede alcune inquadrature (la camminata lungo il corridoio, i disegni). Lo chiameremo MDP.
MDP mette in campo il rimosso, qualcosa nascosto ma presente e pronto ad aggredire. Inizia, dicevo, con la semplice inquadratura fissa della facciata di casa, di ciò che insieme ci protegge, ci maschera, ci rende visibili all'esterno. Qualcosa di solido ma anche il contenitore della nostra nuda verità personale.
Qualcuno ha rievocato - un bell'accostamento - alcune riprese fisse dei Lumière. Ma quello che in apparenza è grado zero del cinema, assenza di soggetto, perde definitivamente ogni carattere di ingenua "neutralità" quando MDP recapita la cassetta al padrone di casa: De te fabula narratur - area sorvegliata da telecamere - controllo in corso. Tu non mi vedi - ma vedi te stesso. Di quale "fabula" si tratti lo scopriamo nel progressivo emergere del rimosso alla coscienza del protagonista, nelle frasi che a fatica troverà per descrivere l'incipit della storia, il tutto provocato - maieuticamente - da questo 'punto di vista' spietato e incorporeo.
La vicenda si articola sul rapporto vissuto - filmato - rimosso - rivisto. Le immagini si moltiplicano su vari livelli: video, disegni, sogni, ricordi, film. Haneke non si concede nessuna sottolineatura, nemmeno musicale, nessun commento esplicito: il dispositivo di tensione, dubbio, svelamento, mistero messo in opera dal regista nascosto ci cattura con il suo puro rigore. Ciò che è stato scritto ritorna a sfidarti: non può essere né dimenticato né nascosto né riscritto. Lo svolgimento della vicenda reale è un falso movimento: il brutale epilogo del rapporto tra i due uomini non porterà nessuna soluzione, anzi sembra destinato a congelare la colpa e a consegnarne un peso più grave ai figli. Accanto al "nascosto" del protagonista ne intuiamo o ne sospettiamo altri: il tradimento della moglie, l'accumularsi di segreti e sospetti nell'anima del figlio adolescente, e l'eco di una colpa e di una rimozione collettiva (la strage di algerini nel 1961 a Parigi). Da bravo occidentale colto e benestante il protagonista si prende una pastiglia e va a dormire. Forse non c'è davvero altro da fare, nemmeno per la vergogna (penso a Coetzee) c'è un posto evidente. Ma lui è nudo, come indifeso, e i suoi sogni saranno probabilmente ancora angosciosi.
Un'altra ripresa fissa chiude il film inquadrando l'uscita della scuola. Non succede nulla, a parte un incontro apparentemente casuale tra i due figli - tutto nella sinistra dello schermo, è sfuggito ad alcuni. Per ammissione dello stesso Haneke è un finale del tutto aperto. L'evidente simmetria con l'immagine iniziale (padre, casa - figlio, scuola) e quell'incontro imprevedibile aprono una nuova dimensione misteriosa: suggeriscono una complicità precedente, promettono una cicatrizzazione delle ferite, indicano il perpetuarsi del dramma?
Fossimo nella Hollywood più scontata ci sarebbe da aspettarsi "Caché 2", il rientro pacificato nella culla della spiegazione logica e univoca, magari un'assoluzione o il riscatto. Ma questo è un film di Haneke: implacabile.
Ed è proprio per questo che io, quel giorno, ho scelto te per il Blogrodeo 19/10/05 - questo è piaciuto
Un tizio al bancone raccontava storielle al barista. C’erano bicchieri mezzi pieni di fronte a qualche solitario. Uno che leggeva il giornale e prendeva appunti su un’agenda. Qualche neon ronzava, un ragazzo gridò una frase incomprensibile dalla moto, un programma idiota sfarfallava in tv. Si poteva fumare, lì, stravaccati a un tavolino d’angolo senza neanche consumare troppo. "Ed è proprio per questo che io, quel giorno, ho scelto te". Così avrebbe chiuso la lettera, sicuro. Perché una lettera andava scritta: bisognava spiegare, interpretare, consolare, anche. Be’, avere una buona chiusa non è poco. Davanti un foglio bianco e pensieri più neri dell’inchiostro nella stilo, ma poteva farcela a ricostruire tutto quello che mancava per chiamarla lettera, ricreare una verità dietro alla chiusa enfatica che gli era venuta in mente poi perché, per il piacere dell’effettaccio, perché non sopportava di non trovare spiegazioni. Per ridare qualche dignitoso senso alla storia di anni che ormai era LA storia ma peccato che non ricordasse niente di quel giorno, peccato che quel giorno si fosse incolonnato con tutti gli altri, peccato che quelle cazzo di tessere del domino fossero cadute tutte in fila tic-tic-tic, tanti rettangoli neri senza punteggio, a guardarli adesso. Mica con una ditata si rialza la fila, bisogna rigirarsi il film e precisamente questo avrebbe fatto la lettera che gli era sembrato di averla dentro ma no, mica puoi chiederlo a una frase di sistemare in bell’ordine le cose, neanche a un’intera lettera, se è per quello. La frase esatta che si vedeva a scrivere fiero, sicuro, un po’ guascone. Il Tipo In Gamba. Una fila di tessere rovesciate, senza inizio, diretta nel buio, invece. Si alzò per tornare a casa. Appallottolò il foglio. "Ed è proprio per questo che io, quel giorno, ho scelto te", le lacrime agli occhi dal ridere: cazzo di frase.