[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




giovedì, luglio 28, 2005

Alternate Takes

06:35 AM
Mio padre era un uomo malinconico. Non era riuscito a combinare granché nella vita e questo, credo, per una fondamentale malattia della volontà, oltre che per un insieme di casi, scelte e predisposizioni negative: l'ambiente di provenienza, errori di valutazione sul lavoro, crisi economiche e infine la scomparsa di mamma quando io ero ancora piccolo. Veniva considerato "un fatalista", e anche "una persona spiritosa" e questo la dice lunga su quanto valgono i giudizi della gente.
Fino alla fine non mi parlò mai di quello che, in omaggio ad una tradizione consolidata del genere fantastico, chiamerò "il dono". Solo una volta sfiorò l'argomento, ma in modo così sghembo e oscuro da non lasciare in me, che ero solo un ragazzo, nient'altro che una traccia di curiosità insoddisfatta.
Eravamo in montagna, su uno di quegli interminabili sentieri che sembrava tanto amare. Il sole era a picco, le ombre rattrappite, e così anche il mio affetto per lui, normalmente sconfinato ma temporaneamente messo un po' troppo a dura prova. Ci fermammo a guardare il sentiero proseguire ben tracciato giù lungo il crinale. Il rifugio poteva essere una macchiolina in lontananza.
"Vedi quelle tracce lì sotto? " mi disse "Non hanno niente a che fare col nostro sentiero, l'unico che arriva al rifugio. Ben marcato dai segnalini bianchi e rossi, sicuro, legato al suo obiettivo come un cordone ombelicale. Quelle invece sono forse tentativi falliti, percorsi di vacche, camosci, non so. Se ci capitasse di seguirle poi saremmo costretti a tornare indietro. Questo tracciato, i segnali, questo numero, questi, solo questi sono per noi. Non dobbiamo farci... tentare, sviare, ecco, anche quando sembrano scorciatoie, anche se portano forse a... posti più belli, capisci". Mi colpì l'intensità con cui pronunciava frasi così innocue e banali. Quando papà si infervorava il linguaggio sembrava sempre non bastargli, si metteva ad agitare le mani e annaspava fra le parole come se gli si affollassero tutte in gola e non riuscisse a scegliere. Così subodorai che ci fosse sotto qualcosa, ma non mi riuscì di cavargli nient'altro.

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martedì, luglio 26, 2005

Autopusher

Noto che in varie occasioni (non ho voglia di mettere i links, quindi bisogna fidarsi) ci si rivolge a me riferendosi ad un mio presunto utilizzo di sostanze proibite per legge, chiedendomi referenze sul mio pusher o consigliandomi di cambiarlo, o più sottilmente invitandomi a passare in giro la canna (cantavano in Easy Rider i Fraternity of Man: "don't bogart that joint, my friend, pass it over to me", credo tra i pochissimi testi in cui si usi il termine "bogart", così a occhio per intendere "fumare accanitamente", alla maniera di Humphrey [mah]). E' con ogni evidenza un modo codificato per suggerire che un passaggio dallo strizzacervelli non guasterebbe (altrove si parla direttamente di "sbarellamento").

Che io sia mentalmente difettoso, intendiamoci, è assodato per chiunque mi conosca di persona, e quindi sarebbe ipocrita offendersi. Nella vita reale, anzi, non mi viene concessa l'attenuante (diciamo così) dell'uso di particolari sostanze, in quanto è noto che ricorro al massimo ad occasionali canne e all'assunzione di vino e alcolici - mediamente - in quantità contenute in limiti socialmente accettabili. Mi faccio un punto d'onore in entrambi i casi di non trovarmi di fronte a una tastiera.

Tante sagge persone non possono sbagliare, quindi sono giunto alla conclusione che le sostanze di cui sopra devono essere autoprodotte, cioé generate e consumate (non nel senso di Pannella, però) in un processo che avviene all'interno di me stesso, e mi auguro che questo "interno" sia delimitato dalla calotta cranica. Non saprei peraltro dire se il processo si sviluppa in momenti diversi o simultaneamente, se le sostanze sono rilasciate progressivamente, con effetto-soglia, o sparate a mo' di flash. In sostanza sono il pusher di me stesso - frase che qualcun altro avrà già senz'altro usato riferendosi a se medesimo.

L'ipotesi - affine all'antica teoria degli "umori" - è affascinante e mi suscita parecchi interrogativi. In particolare: per quali cause e con quali finalità queste sostanze vengono rilasciate ? sono una medicina, un palliativo, un veleno ? L'output, a giudicare dalle reazioni del mondo esterno, assomiglia a un modesto delirio, o a una forma di innocua follia: tenderà a cronicizzarsi ? c'è una cura ? è poi una buona idea curarsi ?

I Morphine - non a caso - mi vengono in aiuto:

I propose a toast to my self control
You see it crawling helpless on the floor
Someday there'll be a cure for pain
That's the day I throw my drugs away
When they find a cure for pain

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mercoledì, luglio 13, 2005

Last Days
qualche considerazione sul film di Gus Van Sant

Blake sembra essere un nome che si sposa bene con i viaggi verso l'aldilà: oltre al protagonista di "Last Days" anche il personaggio interpretato da Depp in "Dead Man" di Jarmusch si chiamava appunto Blake (William, con riferimento più eplicito al poeta). I due film condividono una dimensione allucinata e antinaturalistica, che però, in Van Sant, punta dritto allo sfinimento del testo (e a tratti anche mio, se devo essere sincero).

Last Days mi ha lasciato molti dubbi. Sostanzialmente è l'osservazione delle ultime ore di vita di un essere vivente detto Blake, avvelenato e incapace di sottrarsi ad organismi parassiti. Lo troveremo morto come una cavia da laboratorio in una specie di casa-gabbietta collocata in giardino. Non parliamo di storia, ma di microeventi tra loro correlati blandamente o per nulla, presentati in una sequenza largamente arbitraria, disarticolabile e ricomponibile a piacere.
Siamo ai confini della completa dissoluzione del testo filmico in accostamento di segmenti debolmente significativi. Alcuni momenti molto evocativi sembrano esserlo più in forza di un suono "innaturale" o distorto che dell'immagine e della vicenda esteriore o interiore.

L'operazione è interessante: Blake non è Cobain, ma acquista vita autonoma e senso solo se siamo consapevoli del non-rapporto tra i due. Se fosse Cobain chiederemmo biografia, interpretazione. Se fosse Blake sbadiglieremmo e basta. Potremmo forse raddoppiare il ragionamento dicendo che Blake non è William Blake, ma mi fermerei qui.
Il film, quindi, lavora sull'"aura": né sul privato della biografia personale né sul personaggio pubblico.

L' "integrazione" richiesta allo spettatore è cruciale, quasi che il film non si realizzi se non a contatto di una conoscenza precedente e di un forte investimento affettivo (o nostalgico), di una "proiezione".  Last Days, insomma, è (meglio: ci impone) una regia a quattro mani, nostra e di Van Sant. Raccontandolo ci troveremo inevitabilmente a non saper che dire o a infilarci dentro noi stessi (da bravo papà mi sono pateticamente visto prendere quel figliolo e portarlo via dalla casa, a fare assieme il bagno sotto la cascata).

Scheda IMDB

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Zebra e topo
L'idea era di scrivere un pezzo per l'esordio della rivista online "Novantasette" di Labranca, che aveva assegnato come tema di apertura "'La Zebra e il Topo', ossia l'estetica massimalista dell'eccesso contro quella minimalista della riduzione". Il materiale ricevuto da T-La non gli è piaciuto (questo incluso, suppongo), quindi non se ne farà nulla. Peccato.

Discorporate
Osservazioni su Real/Imaginary Zebra/Mouse (RZ,RM,IZ,IM)

Dovessimo scegliere tra reincarnarci in RZ o in RM non ci sarebbe gara - siano la diversa speranza di vita, l'incommensurabilità delle rispettive location o banali implicazioni simboliche. Del topo è la bruta forza del numero che cresce nell'ombra - diremmo - alla zebra va il glamour esotico sparato dal bagliore del riflettore maximo, là nella savana.
Volendoci disincarnare - ad es. in metafore, figure o animazioni - ecco che, evaporate queste prosaiche considerazioni con lo sforare nel cartoon dell'immaginario, il confronto si complicherebbe.

Là ove il RM si colora di ottuso grigio conformista la zebra pare originale e apodittica, se non manichea. "Zebra logic", per dire, designa un ragionare attratto più dalle eccezioni che dalle regole. Ma: individua una RZ 'A' in un branco, poi mescolalo. Riconosceresti 'A' ? Forse un insieme di RZ è così anonimo come un'ammucchiata di RM.

Esistono più varianti IM che IZ, e il motivo è semplice: tolte le righe resta un cavallino, se non un asino. Aggiungi qualcosa e avrai IZ-grandi-orecchie, IZ-messicane-piccole-e-veloci et similia: sempre di zebra parliamo. Il RM, be', è basico, pronto ad essere manipolato, rimixato, deformato e rinominato in nuovo IM. Sottrai qualcosa: hai un esperimento di genetica fallito. Enfatizza un particolare, arrotonda una linea, carica un'espressione e ti trovi un personaggio bell'e pronto.

La zebra non è simbolo di nulla, comunicando estesamente se stessa, la muscolare selvaggia forza della corsa, specie se sfrenata. La zebra è specie sfrenata, segnale dinamico (zebropittura?). Corre da ferma, diresti, e un tetro zoo percorso da polverosi orsi exbianchi prossimi alla liofilizzazione te lo fa più vibrante di un Boccioni.
Il topo, come il suo naturale nemico, ha un ottimo self-marketing. Il RM può essere fastidioso, vorace, pericoloso - Camus insegna. L'IM è più furbo del gatto, più simpatico del vecchio zio e troooppo amico dei bambini.

L'IZ è tutta superficie, appesa al muro, stesa sotto al tavolino etnico, indossata, così concettuale da smaterializzarsi su un manto non suo - quello stradale. Il RM, quando capita che non sia in 3D non è un bel vedere. Anche l'IM è per default a tutto tondo e tende alla sfera, ma gode di un surplus di soprannaturale plasticità, potendosi strizzare in spazi minuscoli o enfiare in canguro per il terrore di Tom.

RZ e RM sono prede. Di cacciatori, leoni, gatti, trappole. RZ si approssima asintotica all'estinzione, RM si moltiplica geometricamente con felice incoscienza.
E i corrispettivi I ?
Sii IZ, ed effimeri stilisti, plastificate prostitute a strisce, patinate tope zebrate da copertina vorranno catturare la tua rara bellezza e bidimensionarla.
In quanto IM avrai vita facile (se eviti Spiegelman), coccolato da tutti, incluse le stesse donne che schifano urlanti il RM. Ma, identità instabile, rischierai di trovarti routinaria preda di laboratorio di modesti sperimentatori dell'immaginario.

Quindi: ogni mattina, al risveglio, che tu sia IZ o IM, comincia a correre.

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