[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




venerdì, luglio 30, 2004

Mary

Partecipato al blogrodeo del 29/7. Tema: l'ombra. Traccia: "Mary si spogliò...l'eclissi sarebbe poi arrivata..". Inviati tre post, di cui solo il primo in concorso

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mercoledì, luglio 28, 2004

Le regole del giallo

Leggo qui un'introduzione al romanzo giallo. E non mi trovo d'accordo su due punti.

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martedì, luglio 27, 2004

Un racconto di Annie Proulx

Non ho terminato la raccolta di racconti "Distanza ravvicinata", primo lavoro di Annie Proulx che leggo, ma sono già soddisfatto della scelta. Storie di ranch, pastori, cowboys ambientate in un tessuto urbano e sociale sfaldato che sembra volerli espellere piuttosto che ospitare - oppresse da un senso generale di fallimento, marcate da un arrabattarsi in lavori e situazioni precarie e fungibili. Pensavo a Cormack McCarthy, ma (è comunque un'impressione basata su una lettura insufficiente) mi pare che qui manchino l'epica, il rapporto visionario con la carne, la morte, il sacro e il destino che caratterizzano la sua opera. La stessa natura, che lui dipinge violenta, incommensurabile rispetto all'essere umano e indifferente al suo passaggio, qui è meno prepotentemente protagonista. La prosa di McCarthy, poi, è pietra, mentre la Proulx è più sfumata e a tratti sfodera un sense of humour che non è certo nelle corde di McCarthy.
I racconti che ho letto hanno al centro uomini - poveri bianchi - e nuclei famigliari, lavori umili e spesso distruttivi, come il bullrider da rodeo. Molti dettagli (fibbie, camicie, stivali, cavalli) e aneddoti o microstorie di contorno, magari lancinanti ricordi di un padre violento.
Oggi ho letto "Storia di un lavoro". Non sarà il miglior racconto, e per certi aspetti rischia il virtuosismo, però ha qualcosa che mi ha colpito. In neanche otto pagine ti telegrafa, con corte frasi giustapposte, cinquant'anni della vita di un uomo, Leeland Lee. Nascita e trasferimento a Unique (nome programmatico), che sarà il luogo centrale della vicenda. Ellittica descrizione fisica, qualche cenno al periodo prematrimoniale. Poi il lavoro, o meglio le tante attività che lui, la moglie, i figli affrontano per tirare avanti. Una stazione di servizio che ostinatamente gestiscono nel tentativo di ampliarla (con uno spaccio, un minimarket, una steak house) e farci su un qualche business, per poi perderla e sognarla di nuovo. E le cose della vita: "Lori [la moglie] ha un aborto spontaneo al quinto mese di gravidanza, poi il cancro la divora. Leeland sta tutto il giorno all'ospedale con lei. Lori muore. Le figlie, ora entrambe sposate, maledicono Leeland".
Lo schiacciamento del tempo e il simultaneo appiattimento delle descrizioni (tutte al presente), insieme a questo ruotare e ricadere nel buco nero di Unique con la sua stazione di servizio produce un effetto formidabile sulla narrazione: tutto appare motivato e tenuto insieme dalla necessità, dal caso e dalla continua fatica del lavoro. I drammi e le gioie sono tappe come altre, di volta in volta aiuti o intoppi sul cammino.
Il progetto di vita che muove questo uomo e la sua famiglia ha come orizzonte strategico - quasi un limite naturale - il business impossibile di una stazione di servizio ormai disertata dagli automobilisti, che percorrono nuove arterie. Nel finale "..il figlio maggiore ritorna e l'anno dopo progettano di prendere in affitto la vecchia stazione di servizio e di trasformarla in un'officina di riparazione per motociclette e in una casa delle bistecche". Durante tutto il racconto di quando in quando fa capolino la radio, portando notizie insignificanti o drammatiche, ma la chiusa è "Nessuno ha tempo di ascoltare le notizie alla radio"





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lunedì, luglio 26, 2004

I testi di certe canzoni

"Abbiamo dei CD di Battisti, o degli mp3 ?"
"No, direi di no, perché ?"
"Mi serve 'La canzone del sole'"
"Se vuoi te la canto tutta"
Mia figlia fa una smorfia di compatimento - in effetti sono poco credibile, specie con la testa spalmata di schiuma da barba, pronto a radermi faccia e cranio con il trilama.
Eppure potrei davvero farlo, e non avrei problemi nemmeno - che so - con "Gli occhi verdi dell'amore" dei Profeti o decine di testi in italiano e inglese. La capacità di memorizzare senza sforzo interi brani contrasta - per l'irritazione generale - con la svagatezza di fondo che mi fa perdere con regolarità l'orologio o azzera nel breve tratto dall'appartamento al garage la lista di oggetti che sto andando a prendere.
E sì che gran parte dei testi è ciarpame puro, in primis la produzione dei tronfi, narcisisti, seriosi cantautori nostrani. Lirici oltre le proprie possibilità, ipocriti degustatori di sentimenti e angosce inesprimibili, in disperata e continua ricerca di un altrove - e pigramente adagiati su basi musicali inascoltabili. Dei pezzi che conosco (va detto che il desiderio di approfondire l'argomento è precipitato col tempo) ne salvo davvero una manciata: tutto Conte, vecchie cose di Jannacci, un po' di Rino Gaetano e poco altro. Noto en passant che aver santificato tra i poeti del nostro tempo alcuni di questi personaggi rappresenta una delle (vere) colpe della sinistra - e anch'io da giovane ho fatto la mia parte, lo confesso.
La passione per certi brani invece rimane, e periodicamente si riaccende all'ascolto, come mi accade ora. ascoltando Townes Van Zandt. Non conosco molto di suo, ma alcuni testi sono capolavori. Semplici e asciutti, segnati dalla cifra del loser, del gambler, del dropout alcolizzato - dell'uomo inquieto e in perenne fuga che lo stesso TVZ era nella vita. Aggiungeteci un'ironia quadrata, quasi contadina, che vedrete affiorare qui sotto nel testo di "Pancho and Lefty", uno tra i suoi pezzi più noti. Due vicende appena accennate: la fine violenta e drammatica di Pancho, un bandito, e il viaggio di Lefty, che lascia la famiglia per cercare la propria strada. Unite solo nella canzone, dalla polvere che Pancho morde mentre muore e che finisce nella bocca di Lefty. E' un testo che regge benissimo anche senza musica, un impasto delle epiche tele di Remington e di certe vedute gelide di Hopper. Mi piace pensare (ma non è vero) che il mio nickname venga in qualche modo da lì, da quell'irreale filo di polvere che attraverso miglia di distanza collega - ponte tra western e on the road - due vite diversamente disperate e che, entrambe, "hanno bisogno delle vostre preghiere".

Living on the road my friend
Was gonna keep you free and clean
Now you wear your skin like iron
Your breath's as hard as kerosene
You weren't your mama's only boy
But her favorite one it seems
She began to cry when you said goodbye
And sank into your dreams

Pancho was a bandit boys
His horse was fast as polished steel
Wore his gun outside his pants
For all the honest world to feel
Pancho met his match you know
On the deserts down in Mexico
Nobody heard his dying words
That's the way it goes

All the federales say
They could have had him any day
They only let him hang around
Out of kindness I suppose

Lefty he can't sing the blues
All night long like he used to
The dust that Pancho bit down south
Ended up in Lefty's mouth
The day they laid poor Pancho low
Lefty split for Ohio
Where he got the bread to go
There ain't nobody knows

All the federales say
They could have had him any day
They only let him slip away
Out of kindness I suppose

The poets tell how Pancho fell
Lefty's livin' in a cheap hotel
The desert's quiet and Cleveland's cold
So the story ends we're told
Pancho needs your prayers it's true,
But save a few for Lefty too
He just did what he had to do
Now he's growing old

A few gray federales say
They could have had him any day
They only let him go so wrong
Out of kindness I suppose













































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venerdì, luglio 23, 2004

Suggerimenti non richiesti: "Il camping dell'orrore"

Sollecitato da questo divertente post di Alberto Puliafito gli ho inviato la trama di quello che diverrà il prossimo capolavoro dell'horror italiano, in grado fra l'altro di generare quasi automaticamente sequel mozzafiato

Guarda c’ho un’idea che praticamente si gira da sola. Te lo dico: è l’affare de la vita tua. Allora. Due ragazze partono per fare campeggio libero e in generale nuove esperienze – chiaro che alla fine della fiera una ci resta e l’altra rocambolescamente si salva (come è un dettaglio, ci pensiamo poi). Incontrano in discoteca un tipo really tough e tienti forte è un vampiro. Oh, mica di quelli che si cagano sotto per due agli o qualche fotone in più, dico uno alla Carpenter. E veramente figo. Campeggiano liberamente un po’ fuori mano e questo se le fa e se le vampira entrambe. Da lì il gruppo si sposta in un campeggio piccolino e un po’ alla volta contagia tutti. Parte da padrone e animatrici, e la sonnolenta vita notturna del camping cambia da così a così: il trio diventa l’anima della festa, si moltiplicano gli happy hours e le occasioni di sesso facile. Già mi vedo le scene clou:il morso nel cesso del camping, la caccia al tesoro con orgia notturna e bagno in mare, la camera montata su uno di quei carrelli traballanti alla Raimi che corre fra le tende, il camping di giorno: tutte tende oscurate. Vogliamo parlare dei picchetti ? Non sono di frassino ma possono fare lo stesso il lavoro. Arrivano i caramba causa schiamazzi ? Alè, arruolati anche loro. Struggente la scena finale in cui la ragazza sana dà l’addio a quella che resterà nel camping.
Per il titolo c’è solo l’imbarazzo della scelta: “Non aprite quella tenda”, “Tents and Teeth”, “La tenda dei morti viventi”. Il mio preferito è “Dracula in Palau” (location sarda, però, rischi di sforare): a) assonanza con “impalato” (roba per (im)palati fini) b) “u” finale che fa Transilvania c) cinefilo omaggio a Murnau.
...
più ci penso più è dinamite pura: i vampiri diventano campeggiatori pemanenti. finisce la stagione turistica. che palle, tocca farsi gli animaletti (location sarda? le pecore). poi passano ai locali. la location sarda qui è un must: si allargano a macchia d’olio, in fretta d’estate, più lenti d’inverno. il film si chiude sull’inquadratura di una cartina della Costa Smeralda: il contagio (macchia rossa che dilaga) sta ormai stringendo d’assedio la villa del Berlusca. C’è spazio per ogni genere di sequel
...
e dove lo mettiamo lo spessore metaforico del vampiro ? che te lo giochi come ti pare. Vuoi li messaggio ecologista-no global ? l’abusivismo edilizio e lo stupro dell’ambiente ti vengono gratis. poi c’è lo stravolgimento della cultura e dell’economia tradizionali: da canto a concordu, tenores, launeddas ai peggio gruppi dark e neometallari. il sangue delle pecore è un po’ il tavernello del suo genere: si passa all’allevamento degli squisiti pangolini. Vuoi il vampiro rivoluzionario ? (ti dice niente quella macchia rossa?): il capo scopre che il nano (sorta di Scaramanga, e qui c’è pure la contaminazione con 007) è un vecchio volpone di revenant pure lui e nella villa nasconde il segreto del fluido che realizza il sogno di ogni vampiro: farsi una bella abbronzatura. Ci sta un assalto alla villa del potere che neanche Eisenstein (ma no in ottobre che è fuori stagione), con tanto di slogan tipo “Plasma - Molotov”. Finale con vampiri che sguazzano come bambini nelle piscine. fidati, la trilogia ci sta tutta







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giovedì, luglio 22, 2004

Moleskine

Partecipato al Blogrodeo con questo racconto. E' piaciuto

Sto seduto ad aspettarti. La baia, una birra, il Carver che mi hai consigliato (meglio: ordinato di leggere, com’è nel tuo stile) e un Moleskine, il tuo registratore preferito. Mi sei mancato, in questi anni, nonostante le lettere, le foto, i reportage sui giornali - lo sai che non ne perdo uno. Nell’intervista hai detto tanto di te. Cose che non sapevo - strano pensare che anche tu cambi con il tempo - e altre che ricordo troppo bene. Neanche una parola su di me. Che non posso dimenticarti o superarti, catturato per sempre dai tuoi trucchi. E perso nei miei. Mi incantavi, con quei trucchi, ricordi. Far sparire le monete dalle mani - quello l’ho imparato di sicuro. In qualche mio trucco ci sei caduto, però. Per dirne uno, non è vero che mi sono laureato, che faccio la grana: passo la giornata intrappolato alla reception di un hotel di quart’ordine, e un paio di spacciatori nervosi mi stanno col fiato sul collo. La ragazza della foto non la conosco nemmeno, è un’amica di un amico. E non ho letto neanche uno dei libri di cui mi parli, ho giusto comperato questo per festeggiare il tuo rientro - e perché il titolo è così ironico.
Ti riconoscerò subito, dal vestito: non saranno in tanti, su quella barca, con un completo di legno. Dentro, il tuo corpo ricamato di suture, attraversato dai proiettili di un qualche cecchino ansioso di allenarsi un po’ su un bersaglio facile. Dicono che non hanno trovato il tuo Moleskine, ma io credo che sia lì, in qualche tasca, nascondendomi i tuoi ultimi pensieri.
E così non svelerò mai più nessun trucco al mio padre immateriale e lontano, non potrò buttarti in faccia questo fallimento, la mia scimmia, i denti marci, il naso che gocciola. Come sempre lo tieni in tasca tu, l’ultimo trucco.
Bentornato, papà

Poi, siccome ho più idee che capelli in testa - e sai che sforzo - ho immaginato un altro incontro sul molo

L’uomo era elegante. Meglio giudicarlo dagli occhi penetranti e feroci, non dal lieve sorriso, un po’ professionale. Scriveva sul Moleskine.
“Molto soddisfatto. Gli agnelli finalmente tacciono, mi dice Clarice. E fra qualche istante lui scenderà da quel battello, così ansioso di conoscere il nome del vero assassino. Lo inviterò a casa, naturalmente, e ahimé temo che la mia rivelazione lo deluderà - ma è così bello avere amici per cena”
Dal battello cominciarono a scendere i passeggeri. Il Dr. Lecter finì la birra, si alzò e, con Moleskine e Carver stretti in mano, si avviò a passo veloce verso un sovraeccitato avvocato Taormina.






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mercoledì, luglio 21, 2004

Manchette / Hammett

Periodicamente mi invaghisco fino alla monomaniacalità di un autore. Questo vale in particolare per il genere noir [lo dico prima di chiunque: uso il termine in modo impreciso e vago, giusto per intenderci. Come poi ci si possa intendere partendo da un'imprecisione è argomento che eccede le mie competenze]. C'è stato ad esempio il periodo hard boiled, poi la folgorazione da Jim Thompson. E più di recente la mia love story con Manchette.
Probabilmente ci annusavamo da tempo, magari attraverso "Lo spione" di Melville, o Chabrol (non sorprende che abbia tratto appunto un film da "Nada". Visto secoli fa, mi pare di ricordare Lou Castel che spacca la testa a un poliziotto fiondandogli una biglia d'acciaio). Ma i rapporti di Manchette con il cinema sono in generale piuttosto intensi (v. IMDB
). Una bella introduzione a M. la scrive Valerio Evangelisti  (i numi tutelari italiani di M. mi pare risiedano tutti a Bologna, come Luigi Bernardi, che traduce lui e Malet).
Oggi leggo un brano di M. dedicato ad uno dei suoi maestri, Dashiell Hammett
, e naturalmente è un piacere ritrovare la prosa jazzata, secca, a volte brutale o insolente dei suoi romanzi. Prosa attraversata da un sense of humour aspro e costellata di inaspettati lampi da altre dimensioni (quella politica, ma anche quella letteraria o musicale) che M., con indifferente violenza, scaglia contro il lettore. Di quella prosa vi offro un assaggio trovato in rete: il famoso incipit di "Posizione di tiro", che mi ha fatto praticamente balzare in piedi - ero in autobus.
"Era inverno e scendeva la notte. Un vento gelido, che proveniva direttamente dall'Artico, soffiava sul mare d'Irlanda, spazzava Liverpool, sibilava attraverso la pianura del Cheshire (dove i gatti reclinavano le orecchie per il freddo, quando lo sentivano sbuffare nel camino) e, infilandosi attraverso il vetro abbassato, andava a colpire gli occhi dell'uomo seduto nel furgone Bedford. L'uomo non batteva ciglio"

Consigli per gli acquisti (farei prima a dire "tutto"): "Nada", "Piccolo blues" (amatissimo), "Posizione di tiro", "Fatale". I due libri con l'investigatore Tarpon ("Piovono morti" e "Un mucchio di cadaveri"), che pure ti piazzano lì alcuni dialoghi strepitosi, mi sono piaciuti appena un po' meno.




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martedì, luglio 20, 2004

The Ladykillers - cerebrale gotico americano

L'ho visto fuori tempo massimo, accompagnato dal corale "è un'opera minore". Be', avercene. Sì, d'accordo, siamo lontani dalle vette di Fargo ecc., ma il film è più che semplicemente gradevole. Giusto qualche osservazione sparsa.
Intanto possiamo fare a meno dell'originale, a parte il nucleo del plot. Da una grigia e brumosa Londra ci trasferiamo sul Mississippi, e la fotografia sembra rimandarcene il caldo umido. La vecchietta, nell'originale un clone della padrona di Titti, è qui una coriacea ed espressiva signora nera.
Lo stesso Hanks, loquace, cortese ed elegante come un gentiluomo del Sud, tiene più di un trickster uscito da Huck Finn (n.b.: stesso fiume del film) che del tetro e bianchiccio personaggio di Alec Guinness. La recitazione è più mossa, ampollosi i toni e i modi, e conditi da una risatina deliziosa da cattivo bimbo furbetto, c'è meno understatement. Aggiungiamo una colonna sonora gonfia di gospel, le riprese durante le funzioni (inclusi sermone e call-and-response), lo slang hip hop di Gawain MacSam, l'amatissimo e fatale Poe. E un personaggio che ho trovato irresistibile: l'attrezzista (si dirà così?) liberal. Rispettoso (fino ad un certo punto) delle regole, aperto al dialogo (entro certi limiti), apparentemente positivo e dotato di quadrato - quanto apparente - buon senso. In più tormentato dai Coen con un imbarazzante problema intestinale all'origine di varie gags. Gli altri componenti del gruppo sono ben assortiti e presentati nella prima parte del film in scenette fulminanti - il giocatore di football in particolare ci regala l'indimenticabile soggettiva di una disastrosa performance in partita.
Tutto questo per dire che - come sempre nei Coen - siamo di fronte ad un film che affonda nella tradizione (iconografica, musicale, cinematografica) americana. Dice che il problema dei Coen è che sono troppo cerebrali. Non me ne importa affatto, anzi, prevedibilmente a me piacciono (anche) per quello - e il loro sghembo black humour, che in questo film si scatena, li salva da qualsiasi pedanteria. Consiglio di gustarsi il film lasciando finalmente godere e giocare in santa pace gli occhi e il cervello, lasciandolo scorrere come l'acherontica chiatta che lo attraversa.
Un film minore, ok, ma non mi pare che siamo di fronte ad una parabola discendente tipo quella che percorre ormai da anni Woody Allen, preda di un'involuzione autoreferenziale fino all'asfissia e per quanto mi riguarda privato - dopo l'ultimo brutto film - di qualsiasi residua linea di credito.

Segnalo altri blog-pareri: Roy Menarini, Marquant, Secondavisione





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lunedì, luglio 19, 2004

La fine della storia
Così finisce la storia iniziata al
Blogrodeo

"Occazzo, amico, cazzo cazzo cazzo…dai, passami il ferro, su amico, cazzo quello entra oh cristosanto"
"Non che tu mi stia troppo a cuore. Dimmi che puoi capirmi"
"Senti, io devo pure campare"
"Certo, tu fai solo il tuo lavoro"
"Ognuno ha il diritto di vivere come può, lo sai"
"Non dovresti citare la Caselli. Rendi questi ultimi istanti più amari"
"Avessi il tuo background citerei ancora Tarantino"
"Non era una citazione volontaria, come cazzo lo devo dire. Mi torna voglia di sparpagliarti il pacco sullo sgabello. Ma veniamo a noi. Amico, ho un debito con Mad Dog. Ci penserai tu se ti passo il ferro - mi auguro"
"Il debito verrà saldato"
"Tieni qua. Adesso mi accascio sul bancone. Mi sta salendo il freddo nelle gambe, tutto si va facendo buio e ovvietà del genere. Non contare più su una buona conversazione"
"Devo dirle qualcosa ? A quella troia, cioé"
"Oh sì: muoio col suo nome sulle labbra. Portale, vuoi, questo medaglione col suo ritratto. E ti prego, amico, menti: dille che sono morto da eroe"
"Dove sta il medaglione ?"
"Non distingueresti una citazione da una parodia neanche se ti facessero il disegno. Vabbe’, sarai più preparato su qualcos’altro"
"Be’, insomma, grazie, amico. Non lo dimenticherò"
"Ci conto"
E così uno sgangherato detective si trasformò in uno spietato vendicatore.
.......
"Dai nonno, finisci la storia che poi la metto sul mio blog !"
"Dusty, non fare il selvaggio come al solito, lascia stare il nonno"
"Ma no, ma no, che gliela racconto. Allora.."
"Com’è che ti chiamavano ‘Smashed balls’ ?"
"Perché quella volta ho rischiato.."
"Babbo, ti prego !"
"Ok, ok, Peggy Sue, lascio perdere. A proposito di nicknames: lo sai, Dusty, che ti chiami come una tale che cantava nella colonna sonora di Pulp Fiction ?"
"Quel film che Fantozzi dice ‘E’ una boiata pazzesca’ ?"
"History repeating… Dicevamo. Entra nel bar il tizio di Chicago con la mano in tasca. La mano resta lì. Il tizio finisce nella vetrina dei gelati, a decorarli di amarena"
"Cazzo, nonno, mi piace quando parli così !"
"Dusty!"
"Esco dal locale come se avessi un peperoncino in culo [facciamo incazzare la mamma così se ne va]"
"Basta! Vado di là, così potete continuare a grugnire fra voi maiali!"
"Oh, ecco. Passami la boccia di Southern Comfort nascosta nella libreria..molto bene, Dusty. Dunque. La prima cosa che faccio è tenere fede alla promessa: quel tizio mi aveva salvato la vita, glielo dovevo. Vado dalla donna. Aveva qualche taglietto sul naso - una bottigliata - ma Mad Dog le aveva benignamente promesso di rimetterla in sesto a sue spese(*). Le dico che il tizio è morto da eroe eccetera. Il medaglione ce l’ho messo io e la foto l’ho ritagliata da Hush-Hush"
"Ma proprio non la capivi la diff.. niente, va’ avanti"
"Era bellissima, tua nonna, peccato per quel segnetto sul naso che le è rimasto. La schiaffeggio, poi la bacio senza pensarci due volte, un vero colpo di fulmine se mai ne ho visto uno. Troppi polizieschi, immagino. Ti sbagli se credi che me ne sto lì a sguazzare nella melassa, perché devo saldare il conto con Mad Dog e lo so bene. Affrontarlo nel suo covo è come comprarsi il cappotto di zinco: occorre una trappola coi controcoglioni, mica pizze e fichi. Ma qui viene il bello. Vedi, io conoscevo il punto debole dello schizzato figlio di puttana"
"Le donne ?"
"No, Dusty. Il cinema. Impazziva per il cinema, avrebbe rinviato una rapina per non perdersi un De Palma. Dio sa quante volte avrà replicato la scena della doccia - dal vero, purtroppo. Insomma, gli feci arrivare una soffiata: "Imperdibile non stop di Wong Kar Wai al Lumière - inizio ore 17". Era un cinemino di periferia, gestito da un amico. Mad Dog cercò di trovare compagnia, ma tutti si defilarono con qualche scusa, come avevo previsto. La sala era vuota, e questo ovviamente non stupì Mad Dog più di tanto. Quando scese il buio fu un gioco da ragazzi scivolargli dietro, stordirlo e legarlo alla sedia"
"Perché non l’hai ucciso subito ?"
"Doveva soffrire e, credimi, che fine orribile ha fatto: l’ha avuta la sua non stop. Ma di Muccino. Era impressionante vederlo contorcersi così sulla sedia, la testa bloccata allo schienale e le palpebre aperte a forza da un aggeggio che.., be’, te lo farò vedere in un certo film quando sei più grande. Gli inumidivo personalmente gli occhi. Dopo due giorni di film, interviste, trailer e recensioni lo lasciai andare fuori, sulla strada. Un patetico relitto, incapace di nuocere come un neonato, svuotato e torpido. Ci sono visioni che non perdonano, sai. Qualche sciacallo gli fece la festa, ho saputo poi. Smashed Balls il vendicatore sparì nel nulla con la sua bambola bionda, e il seguito lo conosci"
"Mi piaccion le storie, raccontane altre"
"Lo dovresti sapere, Dusty: detesto quando citi Guccini"

(*) menzione di merito a chi afferra la citazione









































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venerdì, luglio 16, 2004

Dialogo

Altra partecipazione al Blogrodeo - questa volta ho vinto. Bisognava scrivere in 2 ore un dialogo di max 2500 battute che proseguisse questo:
- Ma Lei mangia sempre così tanto a colazione?
- Ma Lei non se li sa fare i fatti Suoi?
- Forse ha avuto una nottata movimentata. E, nel caso, evidentemente ieri notte mi trovavo nel posto sbagliato.
- Non saprei. Di certo ci si trova ora, nel posto sbagliato.

Io l'ho sviluppato così
 
- Non direi. La guardo mangiare di gusto. Sono dove devo essere
- Pessima idea. Irritarmi. Evapora o ti pianto la forchetta in faccia. Fa male. Specie spiegarlo agli amici
- Usiamo il tu, bene, il ghiaccio è sciolto. Già mi sembra di conoscerti: un tipo in gamba, un duro che non perde mai il controllo, ma se lo perde..
- Vedi bene. E quasi ci siamo. Non dirai che non ti ho avvisato
- Non adesso, in questo bar, quando sto per raccontarti di ieri notte. Be’, insomma, giusto ieri notte ti ho visto. Niente male la donna. In quell’hotel, sai
- Nessuna donna. Nessun hotel. Forchetta a ore 12., dritto sulla guancia
- Non ti facevo modesto: donna (e hotel) di gran classe. Me le posso mica permettere, io, ma le riconosco se le vedo. Specie se le ho già viste in foto. Magari sottobraccio a un gelosone schizzato come Mad Dog
- “Spremi il coglione”, è questo il gioco ?
- Devo dire che, sì, l’idea mi ha solcato la mente
- Be’, sei carne morta. Lo sai, vero ? Cazzone, neanche cominciarlo, dovevi. ‘Sto dialogo. Finisco la torta, pago e usciamo. Se non ti va ti buco le palle nel bar. Anzi, mi sa che faccio proprio così, tanto qui chi mi conosce
- Ma no, non voglio soldi. Praticamente li ho già in tasca
- Allora
- Due chiacchiere e guardarti mangiare
- Li hai chiesti a lei ?
- Mio Dio, no, tutto in regola: me li dà Mad Dog in persona. Per pedinarla e beccare il ganzo. Guardarlo mangiare. Bere i litri di caffé che ti sei scolato
- Cazzo ha il caffé
- La risposta è dentro di te. In circolo, intendo
- Capisco. Quanto mi resta ?
- Un breve addio ed esco con l’inchino
- Ci sta un altro dialogo
Se tu, carissimo, vedessi un uomo fermo davanti a un bar, la mano in tasca e dentro una 38. E un pacco di soldi freschi che gli gonfia il portafoglio. Non diresti allora tu forse che quegli è assai probabilmente un killer ?
- Assolutamente sì, amico
- E se egli stesse comparando una tua foto col viso che vede nel bar, se tu lo vedessi, dico, amatissimo, non lo indovineresti tu pagato per ucciderti ?
- Tu dici in tutto e per tutto il vero
- Allora guarda, mio prediletto, oltre la vetrata. Vedrai là un amico di Chicago che sta giusto per entrare e, credimi, finirà il lavoro. Mad Dog non ha mai pagato detectives in vita sua, specie se lo sanno cornuto
- Non usciremo da questo bar, è così ?
- Nessuno dei due. Offri tu. Almeno

































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mercoledì, luglio 14, 2004

486 blues

Di fianco al cassonetto stamattina c'era un grigio 486 Olivetti con tanto di memo incollato sopra "Ricordati SEMPRE di spegnere usando il tasto ecc..", portandomi questo 486 blues.
Non ricordo bene quando è cominciato. All'università, direi, mentre con la mia HP programmabile (continuo a sostenerlo: erano meglio delle Texas) affrontavo le regressioni o calcolavo i coefficienti diretti di una matrice 44x44 per replicare un modellino di Leontiev. Poi il VIC20 in TV e il basic, un linguaggio, agli esordi, ribaldamente privo di alcune strutture fondamentali - su cui a forza di GOTO si è (de)formata un'intera generazione di programmatori dilettanti, detti "spaghettari" per l'andamento tortuoso dei loro lavori. Ma diabolicamente astuti, dovendo costantemente superare i limiti e del mezzo e del linguaggio.
Il CPM della Digital, sistema operativo trombato da Gates. Il gigantesco floppy che quando lo toglievi dal drive per sostituirlo con un altro poi dovevi battere Control-C sennò CPM si credeva di avere ancora sotto il precedente e ti incasinava tutto. Una tastiera credo in ghisa, che una ragazza carica di elettricità statica da moquette semifulminò toccandola.
L'invenzione dello spreadsheet. La rivoluzione Apple. La programmazione su macchine Victor. Lo shakeout che le spazzò via insieme al s.o. Picos di Olivetti e in sintesi a una gran fetta del settore, causato dal PC IBM - assai più scadente di tanti altri, per hw e s.o. (ah, già: allora si chiamavano microcomputers).
L'M24 - il mio primo PC, che inaugurai formattando per errore il disco di sistema fra i sarcasmi degli astanti.
I dialoghi da sw house: "Andiamo a farci un caffé ?" "Aspetta che lancio una compilazioncina" - e non sempre, al mio ritorno, trovavo l'EXE già pronto.
Segretarie che sclerano nel passaggio da videoscrittura a Wordstar, con le sue pianistiche combinazioni di tasti. La dinastia Intel x86. Stampanti che ignorano le lettere accentate. I primi flatfile database, poi DBase e un po' alla volta i relazionali. PMATE, un text editor programmabile rimasto mitico. Serate sugli algoritmi di sorting o incantato dalla ricorsività. Wirth. Scrivere un parser per espressioni matematiche basato sulla Reverse Polish Notation. La scoperta delle banche dati online, il lavoro di information broker (ne ho parlato qui
), Internet e il Web.
Una valanga di oggetti, dati, sigle e concetti che hanno attraversato - a volte per pochi attimi di splendore - il mio spazio mentale e il mio tempo libero e di lavoro. L'hardware non mi ha mai affascinato più di tanto, mentre, pur non essendo diventato un professionista, trovo sempre gusto nella programmazione. Ogni mattina i miei robottini Perl si svegliano e cominciano a correre per il Web scaricando bytes nel database, e lo riscuotono dal torpore notturno. A volte mi mangiano robaccia e la vomitano nelle tabelle, così mi tocca pulire e rimetterli in sesto. Vabbe', mica sono di quelli che d'estate abbandonano gli scripts per strada







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martedì, luglio 13, 2004

Saldi

La stagione dei saldi ha scatenato i peggiori istinti creativi. La città pullula di messaggi di questo livello
- cartellone 1
Foto di gente che salta in preda ad ebbrezza da consumi: "Saldi di gioia"
- cartellone 2 (solo grafica, e definirla cheap più che un understatement è davvero un gesto di pietà)
Saltatore con asta colto a metà del salto - sull'asticella è appollaiato un uccellino che pensa (fumetto): "Ammazza che saldo !"
- cartellone 3 (il più ignobile)
Foto di volto femminile colto in un attimo non si capisce se di malinconia da conto in banca o di trepida attesa degli sconti: "Niente da invidiare - saldi dal 3 luglio"
- paginone di giornale
Foto di falso operaio con saldatore e maschera protettiva scioccamente alzata a scoprirne l'insulso sembiante: "Saldiamo tutto"









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lunedì, luglio 12, 2004

Playtime

In Piazza Maggiore ho rivisto dopo più di trent'anni Playtime di Tati, versione integrale restaurata 70 mm. Me lo ricordavo solo divertente e brillante. Mi sbagliavo: è un capolavoro.
Pur così lieve ed in alcuni punti realmente esilarante è un film che richiede un impegnativo sforzo di concentrazione, un incessante scanning di tutto lo schermo e un udito in stato di grazia. Perché è il risultato di soluzioni visive e sonore, tecniche di ripresa e narrazione inusuali ed astratti. Un film in pratica privo di storia, indescrivibilmente complesso e pirotecncio, strutturato in decine di episodi spesso compresenti, giustapposti in una singola scena. Là dove un normale film comico si concentra sull'assolo del protagonista qui agiscono simultaneamente o in rapida sequenza molte microstorie, ciascuna delle quali occupa una ben definita frazione dello schermo e le imprime un'improvvisa densità e mobilità. A volte, come accade per certi brani di Frank Zappa, abbiamo la sensazione che Tati sia troppo veloce per noi e riesca a coreografare le azioni del suo materiale umano con tale abilità da surclassare la nostra capacità percettiva.
La colonna sonora, curata maniacalmente per un anno sui tre di lavorazione, è un continuo alternarsi di minuscoli rumori amplificati o sottratti (strepitose le gags della porta realizzata in materiale perfettamente fonoassorbente) e sottofondi di traffico o brani musicali. Il parlato (insostituibile la versione originale) amalgama in un sincopato gramelot frasi multilingue spezzate o solo accennate, contrappuntando e legando la mimica corale di una folla di personaggi.
Ma forse i veri protagonisti del film sono le architetture, i materiali, le tecnologie, tutti asetticamente luccicanti e tragicamente comici nella loro crudele disfunzionalità. E anche una generale perdita di significato: ingorghi di oggetti (ambiguamente) segnaletici e di codici incomprensibili, spesso usati con supina imbecillità o esibiti tronfiamente (ad esempio l'imperioso quanto impotente schioccare di dita del capocameriere). Per lo spettatore lo sforzo di individuarli e interpretarli è continuo, e già solo per questo il film andrebbe proiettato nelle scuole e analizzato scena per scena.
Cifra e materiale principe di Playtime è il vetro. Ovunque superfici di vetro gigantesche, perfettamente lucide e trasparenti, come dire il nulla. Ma un nulla che inganna, riflette, delimita e separa spazi, storie e ambienti sonori - e ha comunque una propria consistenza da non dimenticare, per evitare - come accade - di sbatterci contro il naso. Un nulla che c'è, o "deve" esserci, come nel caso della porta di un ristorante che va in frantumi e la cui presenza verrà simulata dal portiere - per giustificare il proprio lavoro e per incassare mance dai clienti in uscita.
O ancora un nulla che "non può" esserci, come le irreali pareti trasparenti che inquadrano una scacchiera di appartamenti identici e attraverso le quali vediamo affiancate piccole storie parallele ma interdipendenti. Scatole illuminate inquadrate dal buio della strada, dentro le quali uomini e donne guardano gli stessi programmi dentro una scatola illuminata.
La comicità del film nasce fondamentalmente dal continuo incontro-scontro tra uomo e strutture, tecnologie, oggetti ipermoderni e ostili, segni beffardamente fuorvianti - e dalle strategie di adattamento pateticamente acquiescenti o irriducibili e creative che ne conseguono. Eviterei però di dare a questo tema portante la valenza di un "messaggio", che sarebbe in ogni caso evaporato nei 37 anni trascorsi dall'uscita del film.
Impressionanti per rigore strategico il senso dello spazio, le geometrie e l'uso della luce e del colore, perfetta la gestione del ritmo, che varia da una prima parte rarefatta al trascinante funambolismo delle scene al ristorante fino ad un finale luminoso, quasi lirico. Diabolica l'abilità nel disattendere o premiare le "attese" dello spettatore, magari inserendo a mo' di tormentone buffi "doppi" di Hulot, il primo dei quali compare (ingannandoci) all'inizio del film, ancora prima che Hulot stesso entri in scena.
Come si può indovinare sono tornato a casa delirando con moglie e figlia, quasi incurante del freddo assassino che strisciante aveva invaso la piazza.









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venerdì, luglio 09, 2004

Benvenuti nella macchina

Ho partecipato al Blogrodeo di ieri con questo raccontino (qui è un po' ritoccato). Il tema era "Benvenuti nella macchina".

Non avevamo capito. Che errore king size avevamo fatto, dico, io e Jack. Di tutte le stupide idee per tirare su soldi in fretta quella di fregare Saturday Night Joe era la più stupida del mazzo - senza meno. Così, naturalmente, quando ci diedero quella borsa da consegnare fu la prima cosa che pensammo: teniamocela noi. Perché ? Perché a fatica mettevamo assieme un cervello in due: non per niente ci chiamavano "Left half" (io, quello che sapeva scrivere e fare i conti) e "Right half" (Jack, il jazzista), o Lefty e Righty per fare prima. Lavoravamo sempre in coppia - e allora ci chiamavano "Split Brain". La consegna era grossa e urgente e normalmente mica ce l'avrebbero assegnata, a noi, senonché Big Mama Jefferson l'avevano ripescata dal fiume gonfia come un ippototamo giusto quella mattina, e non c'erano sostituti a mano.
Il giorno dopo siamo in fuga dalla città. Ma mentre camminiamo a culo stretto per raggiungere il furgone che abbiamo comprato, in una zona che dovrebbe essere sicura, si affianca il macchinone color crema di Joe e noi quasi ci restiamo secchi. Scende Bobby "Too Sweet" Thompson, un tizio atletico e sempre allegro, che se non lo conosci ti pare un simpatico bastardo. Fate meglio a credermi se vi dico che ha sciolto una ragazzina di 10 anni nell'acido senza fare un cazzo di piega. Be', lo salutiamo anche noi amichevolmente (almeno così mi pare, ma ripensandoci mi sa che eravamo di un colore strano). "Forza, materia grigia" ci fa "saltate su, facciamo un giro nella joemobile". Se vi pare che possiamo rifiutare mi spiego meglio: Too Sweet come niente addormenta un neonato chiassoso a 200 metri - per sempre, intendo.
Ed eccoci dentro a quella specie di portaerei che è la macchina di Joe. Anche Joe è un tipo affabile, con un certo senso dell'umorismo imprevedibile e tutto suo. Il soprannome gli viene perché dice di aver partecipato al "Saturday Night Show". Un tipo scettico fece troppe domande al riguardo e si ritrovò senza naso, con Joe che pulendogli il coltello sulla guancia gli parlava di un certo Thomas nel Vangelo. Uno strano cazzo di umorismo, davvero.
"Benvenuti nella mia macchina, Righty e Lefty. Comodi in quei due sedili e mi raccomando allacciate le cinture", questo ci dice Joe - me lo ricordo come averlo qui davanti. Too sweet si siede al suo fianco, di fronte a noi.
"Qualcuno si lamenta per una consegna, Split Brain - e io non sono affatto fiero di voi". Righty quasi lo interrompe col suo patetico castello di spiegazioni fasulle lontano un miglio. Joe lo ferma con un gesto della mano: "Skip intro, amico. Guidateci dove sapete e uno di voi due emisferi se ne scende e mi porta qui la mia roba". "E l'altro ?" fa d'impulso Righty. Joe si volta verso Too Sweet e non dice niente. Quello si porta una mano alla bocca come per non ridere e si mette a guardare fuori. Adesso comincio sì a preoccuparmi forte. Joe mi lancia un piccolo telecomando. "Facciamo un gioco. Premi uno dei due tasti" mi fa. E io premo, cristo, premo il primo che mi viene sotto le dita. Qualcosa fa clak. Righty comincia ad agitarsi "Sono legato ! La cintura mi stringe, è bloccata !" e prova a liberarsi strattonando e pigiando sul tasto rosso, ma niente. Too Sweet si limita a poggiargli una mano sul cuore e scuote la testa. Righty si lascia andare sul sedile, come sfinito. Joe ridacchia: "L'altro pulsante era per te, Lefty, gran culo che hai". Gli dico dove dobbiamo andare cercando di non guardarlo, Righty, che mi sento lo stomaco in gola.
Il finale è stato rapido. Quando sono tornato con la borsa Joe l'ha incassata senza neanche aprirla. Too Sweet mi pare che avesse in mano un sacchetto di plastica e non avrei scommesso un dollaro sul bianco delle mutande di Righty. La sua faccia non voglio neppure ricordarla.
Se ne sono ripartiti in silenzio, chiusi dietro i vetri scuri e io sono rimasto lì a guardare quella cassa da morto color crema con dentro il mio amico diretto a un bagno d'acido. Perché era quella, ve l'ho detto, la specialità di Too Sweet.
La sera stessa ho cambiato città. Ho trovato lavoro come tassista e ho perfino lasciato crescere il pizzetto - e magari mi è cresciuto anche un po' il cervello.
Dicono che chi ha perso una gamba o un braccio a volte ritorna a sentirlo come se fosse ancora attaccato. Non so, ogni tanto anche a me pare di essere un mutilato, senza Righty, e il sedile vicino al mio - se mi sforzo di non guardarlo - sembra occupato. Metto su qualche pezzo di jazz, allora - specie con un bel sax soprano, che era il suo strumento.
Stamattina mi stavo godendo Dave Liebman quando sale un tizio che mi allunga un fogliettino con un indirizzo: dieci minuti di strada. Non mi ci vuole niente per riconoscere Joe. Un Joe più grassoccio e grigio, che senza neanche guardarmi mi chiede subito di piantarla con quella musica da negri. Mentre spengo la radio socchiudo un attimo gli occhi e vedo dentro di me che cosa c'è sul fondo di quel cassettino sotto il cruscotto.
"Benvenuto nella mia macchina, signore. Si metta comodo, è un posto un po' fuori mano"











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mercoledì, luglio 07, 2004

Amarcord Euronova

Molti anni fa ero un avido lettore del catalogo postale Euronova e, ai tempi in cui Labranca compariva ad "Anima mia", mi venne perfino l'idea di creare un museo Euronova. Ho provato a cercarlo sul Web ed esiste ancora - ma in versione meno fiammeggiante.
Continua a proporre i cosiddetti "introvabili", che io chiamerei "i sincretici", risultato del creativo collasso di funzioni apparentemente incompatibili in un unico, artistico manufatto (paradigmatica la penna-accendino, ideale per mandare in fumo interi manoscritti un tempo lanciati nel camino), o dell'applicazione di tecnologie cheap, destinate a rendere più furbi oggetti di uso comune inspiegabilmente immutati da secoli.
A volte era solo l'estetica a rivelare le maligne deformità mentali dell'ideatore: indimenticabile il coniglietto di porcellana rosa portacotone (gli spuntava il cotone al posto della coda) o il posacenere a forma di cesso (esatto, spegnevi la sigaretta tirando l'acqua).
Un sito concorrente è DMAIL
, in cui si segnalano la "borsa-trolley con ruote per cani e gatti", il "guinzaglio di sicurezza con coprisedile" e la "racchetta fulmina-insetti", plausibilmente concepita a Bariloche da un ex SS nel tempo libero




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Method and apparatus for transmitting power and data using the human body

United States Patent 6,754,472
Published: June 22, 2004
Inventors: Williams; Lyndsay (Cambridge, GB); Vablais; William (Woodinville, WA); Bathiche; Steven N. (Bellevue, WA)
Assignee: Microsoft Corporation (Redmond, WA)
Appl. No.: 559746
Filed: April 27, 2000
leggetevelo
sul sito dell'USPTO

Non perdetevi il disegnino dell'uomo di Gates (che Splinder e/o Yahoo inspiegabilmente si rifiutano di visualizzare e quindi guardatelo cliccando qui) sembra fatto dal fratello scemo di Leonardo. Il codice Hammer non ha insegnato niente a Bill Gates







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lunedì, luglio 05, 2004

Illuminazione

Viaggiare in autobus spesso e per tragitti lunghi ti trasforma. La capacità di astrarsi deve toccare vertici da yogi, il controllo sui "cinque e contadini sensi" (in primis l'olfatto, d'estate) deve essere virtuosistico. Per farli funzionare al minimo, o meglio: per focalizzarli. Il tatto, ad esempio, deve concentrarsi nella chiappa su cui appoggia il portafoglio, ma ignorare il piede calpestato e sorvolare sul fianco artigliato da vecchiette in caduta libera. L'udito deve attivarsi esclusivamente per controllare che il campanellino abbia suonato, e altrimenti affogare in una sorta di rumore bianco, neutralizzando idioti urlatori al cellulare. Il gusto in effetti non risente del contesto, anche perché in autobus difficilmente viene esercitato più che tanto. La vista va rigorosamente concentrata sul libro che vuoi assolutamente finire: lasciala vagare per un attimo e la solita vecchietta catturerà il tuo sguardo - e inevitabilmente il tuo posto a sedere.
A volte è invece istruttivo darla su con il libro e sintonizzarsi con il milieu. Alla mia fermata sale una signora del genere "faccio prima a saltarti che a girarti attorno", con lunghi brizzolati e unti capelli, sorta di ciabatte ai piedi e un golfino per il quale la parola "sapone" è stata coniata invano. Lo sguardo nero, torvo e - spiace dirlo - inequivocabili segni di instabilità mentale. L'avevo già notata - una volta era esplosa in una risata degna di un classico dell'orrore Hammer Film seguita da un ringhioso "Satana!". Si piazza vicino a me borbottando di cimiteri e casse da morto e - no surprise - scende alla prima notando la presenza di una suora. Mormora "Noi non viaggiamo con una suora..", e figurati se sto lì a domandarle il perché del plurale.
Mi sforzo di ignorare un bambino che grida una domanda per quelle che sembrano cinquemila volte ad una madre apatica meritevole di essere riscossa con gli efficienti metodi dei soldati USA in Iraq e intanto una sgradevole voce acuta sentenzia "Un caffé, io ne prendo uno solo in tutto il giorno. Perché a prenderne molti si rischia anche il collasso. E poi non si dorme la notte". Domanda posta con accento slavo "Cosa è 'collasso' ?". "Fatti un deca", commenta un sarcastico giovane, presumibilmente diretto in caserma.
Al mio fianco, sommessamente, una voce maschile intona "E piove piove sul nostro amooor". Metto meccanicamente mano al portafoglio sperando di poterne comperare il silenzio, poi guardo il cantore e mi fermo. E' un anziano signore in impeccabile look da autista (camicia azzurra m/m + pantaloni topo-grigio). E capisco: un pensionato a reddito borderline che, informato del probabile aumento di balzelli vari, inizia discretamente a prendere confidenza con il prossimo mestiere e luogo di lavoro.




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sabato, luglio 03, 2004

I come to bury Caesar, not to praise him

"Fronte del porto" è stato uno dei primi film "da grandi" che vidi. Con mio padre, credo, che involontariamente ha contribuito a formare il mio amore per il cinema. Quell'"involontariamente" non è dispregiativo - andando avanti con gli anni tendo a pensare che più di chi ti consiglia un buon film conterà chi ti ci accompagna.
Brando è ricomparso in tanti altri film che mi hanno impressionato - impressionato nel senso del nitrato d'argento, intendo. Ieri notte è passato in tv "Un tram che si chiama Desiderio", preceduto, a mo' di icona dell'immensa e vomitevole stupidità dei tempi, dal bollino rosso. Proprio di recente mi era capitato di trovarlo citato in "Todo sobre mi madre", come mélo impastato di sessualità quasi archetipica, oscura e pulsante e indifferenziata. Quando Kowalski si toglie la maglia sudata di fronte a Blanche e poi lei gli si stringe per istinto contro è semplicemente il corpo di Brando a parlare. Questo residuo scuro, granitico, sensuale, una potenza irriducibile, è sempre rimasto per me la cifra di Brando, insieme a quello sguardo che a volte si allontanava di fianco e in alto, superando la mdp e lo spettatore - come un volo dello spirito. Forse sbaglio, ma mi pare di ricordare Brando tanto spesso guardare altrove e non il proprio interlocutore. Ad esempio nel "Selvaggio", che tra l'altro mi fece desiderare per sempre un giubbotto di pelle.
La stessa tenebra pericolosa e affascinante la ritrovavo - da ragazzino - in Renzo, un mio parente friulano, struttura fisica simile a quella di Brando ma grosse mani da contadino. Forse il mio unico eroe di quegli anni - sapete, quello "più grande" che vi insegna a tirare con la fionda, a sparare con la carabina o che vi carica in spalla per saltare insieme un fosso nel quale voi imbranati cittadini piombereste, o che miracolosamente fa le flessioni con un braccio solo. Quello che per andarlo a svegliare (me lo ricordo sdraiato sul letto con una kowalskiana canottiera) mi occorreva punzecchiarlo con un manico di scopa perché si rischiava una manata, anche se mi voleva bene. Quello che si è distrutto una mano fracassando misericordiosamente a pugni una porta - e non, come avrebbe voluto, la testa di suo padre. Quello che adesso è un alcolista cronico e senza ritorno, come se con quell'oscurità e quella rabbia avesse chiuso - male - i conti.
Così, mio padre - morto, Renzo, Brando, il cinema, l'ombra e la rabbia me li trovo oggi dentro in qualche modo definitivamente oscuro. aggrovigliati e ribollenti [astenersi psicanalisti, prego]
E l'orazione di Marco Antonio, "Ultimo tango a Parigi" con il bravoragazzo Casini che volantinava contro questa sconcezza davanti a un cinema del centro di Bologna, "Queimada", il dimenticato "Missouri" (che invece io amo), il "Padrino". E Kurtz in "Apocalypse Now", proiezione e tradimento del personaggio di Conrad - ancora una nuova icona. Riesco perfettamente ad ascoltarlo in questo brano del monologo, di cui ho rinunciato da tempo a tentare di spiegare a terzi l'attrazione che esercita su di me. Così, giusto per non aggiungermi inutilmente ulteriori etichette di squilibrio.

We went back there and they had come and hacked off every inoculated arm. There they were in a pile. A pile of little arms. And I remember... I... I... I cried. I wept like some grandmother. I wanted to tear my teeth out. I didn't know what I wanted to do. And I want to remember it. I never want to forget it. I never want to forget. And then I realized... like I was shot... like I was shot with a diamond... a diamond bullet right through my forehead. And I thought: My God... the genius of that. The genius. The will to do that. Perfect, genuine, complete, crystalline, pure. And then I realized they were stronger than we. Because they could stand that these were not monsters. These were men... trained cadres. These men who fought with their hearts, who had families, who had children, who were filled with love... but they had the strength... the strength... to do that. If I had ten divisions of those men our troubles here would be over very quickly





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