[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




lunedì, maggio 31, 2004

Lezione di punteggiatura

Sul Barbiere della Sera Joey si chiede: "se il nostro presidente del consiglio dice 'joey è un figlio di mignotta' e i quotidiani riportano la notizia del rapporto sisde sul lavoro di mia madre, senza venire a pedinarla e scoprire che non è vero, la stanno diffamando o riportando una dichiarazione ?". Immaginiamo due titoli e due storie, riferiti ad un Eminente Uomo Politico (absit iniuria verbis)

Titolo 1: "EUP afferma: il signor X è un figlio di mignotta. Lo confermerebbe un rapporto del SISDE"
Il sig.X, dopo una drammatica crisi a sfondo edipico, affronta la questione di petto con la mamma: "Lo sai che il SISDE non mente mai, mamma !". Rimedia uno schiaffone, poi la mamma scoppia a piangere e gli narra la lunga storia della corte spietata, e sempre respinta, del misterioso "agente Y" del SISDE e della tortuosa vendetta che il mascalzone ha ordito. Che fare ? Il sig. X e la mamma scrivono subito all'EUP , che, da un lato intenerito e dall'altro indignato, pubblica a proprie spese una lunga smentita su tutte le principali testate e spedisce l'"agente Y" a dirigere il traffico a Lampedusa

Titolo 2: "EUP, afferma il signor X, è un figlio di mignotta. Lo confermerebbe un rapporto del SISDE"
EUP sobbalzò sulla sedia scorrendo i titoli dei quotidiani che il fido Baundi come ogni mattina gli aveva portato stringendoli in bocca. Liquidò con una pedata il fido scodinzolante e mandò istantaneamente a prelevare il più affidabile elemento del SISDE, il cosiddetto "agente Y". Quando l'ag.Y entrò, trovò un EUP dal colorito pericolosamente virato sul rosso. "Che cazzo è questa ridicola balla del rapporto SISDE ?". L'ag.Y, strusciando i piedi per terra, deglutì rumorosamente. "ehm, be', ecco, veramente..." e allungò con mano tremante un voluminoso plico e la busta delle foto



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sabato, maggio 29, 2004

Elvin Jones
September 9, 1927 - May 18, 2004
Ecco una notizia che nella confusione delle scorse giornate mi era sfuggita - e, non so perché, questo me la rende ancora più triste. C'è poco da aggiungere a quanto è stato scritto da decenni su di lui. Se non lo avete mai ascoltato semplicemente non sapete che cos'è una batteria Foto da Downbeat

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mercoledì, maggio 19, 2004

Il suicidio del giornalista

Su queste immagini si sono aperte sul Barbiere della Sera varie linee di riflessione e trovo due frasi su cui non potrei essere più in disaccordo: Fedocci: "Vedere queste immagini di intolleranza, ne sono sicuro, servirà a preparare tutti noi ad una maggiore tolleranza verso chi è diverso" (frase giustamente definita da Keegan "una pigliata per il culo")
Toffali: "Solo le immagini rendono un servizio alla verità, le parole, quelle scritte, molto meno"
Il video Berg (o "Kill Berg", come lo intitola Dagospia) non rende nessun servizio alla causa della tolleranza. Il processo, il coltello, l'uomo nero che punisce con la decapitazione un uomo bianco - simboli che configurano una comunicazione basica, primaria e destinata a zone molto profonde e non razionali. E' programmato per suscitare reazioni altrettanto non razionali.
Sul fatto che solo le immagini rendano un servizio alla verità mi sembra che il caso del Daily Mirror già parli da solo. Ma a parte questo trovo penoso il continuo suicidio del giornalista, in quanto testimone e interprete, di fronte al potere assoluto dell'immagine - considerata unica portatrice di verità, un'idea talmente misera che uccide in primo luogo il valore stesso dell'immagine e impedisce di valutarla, rielaborarla e comprenderla. Toffali poi appiattisce tout court immagine fotografica, video e dipinti del passato (e quelli del presente, allora?, superati dal digitale, immagino). Suggerisco una pausa di riflessione davanti a qualche tela di Caravaggio o di Bacon




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Elaborazione

Mi costa qualcosa cercare di rielaborare le sensazioni che le immagini delle torture di Berg mi hanno provocato. Ci ho provato con questo pezzo sul Barbiere della Sera

Ho visto il filmato Berg su Dagospia, che titolava qualcosa come 'Così sappiamo con chi abbiamo a che fare'. Il titolo si può estendere a tutte le immagini di tortura che circolano in questo momento, ma non nel senso attribuito all'espressione da Dago
Qualche impressione, confusa come (e con) le sensazioni che ho provato.
In astratto la questione 'Devono o no essere mostrate' è fasulla, o come dice Baudrillard in
un'intervista, semplicemente insolubile, senza risposta: l'immagine si diffonde viralmente, incontrollata, in modo istantaneo.
Il confine tra il pubblicabile e il censurabile è sempre più definito dal consumatore stesso delle immagini - un contenitore infinito - con un click.
Proporle in un organo di stampa o in un sito web - ininfluente dal punto di vista della fruizione complessiva - è invece una scelta di definizione del proprio pubblico, e il commento e il contesto fanno la differenza.
Anche il modo di riprodurle è significativo: nelle foto i genitali dei prigionieri sono oscurati (giustamente Vauro commenta in una vignetta "Così anche i bambini possono vederle", come se la vera oscenità stesse nel nudo frontale), i filmati sono in parte tagliati o silenziati, e allora addio 'documento oggettivo'.
Due diverse messe in scena:
- autoreferenziale, citazionista quella USA (statua della libertà, film da college, pornografia da home movie ma con una vasta disponibilità di corpi, il sogno del dilettante - e una foto con i cani che si avventano contro un prigioniero ricorda una famosa opera di Warhol con la polizia che aggredisce manifestanti neri).
Sono state citate anche le famose foto di linciaggi scattate nel sud degli States, con tanto di circoletto attorno alla testa di un sorridente spettatore e la scritta "Quello sono io". Il Salò di Pasolini.
Attori e destinatari coincidono, nelle intenzioni sono sia foto ricordo sia strumenti di offesa e terrore.
- sacrificale quella della decapitazione, uno snuff movie girato in tribunale. Il testo, le parole del giudizio, l'improvvisa estrazione del coltello e quella macellazione su un fianco richiamano altri giudizi e sacrifici.
A me hanno ricordato Caravaggio e Artemisia Gentileschi - in particolare quella decollazione del Battista in cui l'arte del carnefice e la morte stessa sono lì all'opera, concreti e irreversibili come definitivo e incurabile è lo squarcio aperto nel collo.
Immagini sporche, confuse. Un sonoro parzialmente fuori sincrono. Pochi schizzi di sangue, dice qualcuno, suggerendo che forse l'uomo fosse già morto. Per lo spettatore cambia assai poco, credo.
Queste immagini non producono senso, ma impongono partecipazione, perché al lavoro ci sono dei corpi umiliati, aperti, esposti, o al contrario trionfanti, stilizzati e avvolti in divise.
Sono immagini che non consentono distanza, che ammiccano a complicità. Guardarle è già esserne intorbidati e coinvolti, ma con quale ruolo è bene chiederselo. E' un guardare in noi stessi, la povertà del nostro corpo e l'oscura corruttibilità del nostro spirito - senza riuscire a distanziarci né dalle vittime né dai carnefici.
Così il titolo di Dagospia suona sarcastico: è a noi stessi che allude, e andrebbe riformulato come una domanda.
Giorni fa ho assistito a un gioco di strada che non vedevo da molto tempo: un tavolinetto pieghevole rapidamente approntato e ricoperto con un panno - e il piccolo gruppo misto di curiosi e compari.
Una variante del gioco dei bussolotti eseguita con la solita pallina di carta e tre scatolette gialle, ben visibili sulla stoffa rossa.
Come ogni truffa 'povera' e ben congegnata ha una caratteristica: appare al gonzo come un giochetto da gonzi. Il pollo deve sentirsi insomma in condizione di superiorità rispetto al truffatore, lo deve percepire come un patetico guitto non abbastanza abile - e i compari sono lì per rafforzare questa impressione.
Il joker fa apparire e sparire la pallina, poi si ferma e lo guarda, perché lo sa che è lui il pollo e così il pollo tira fuori la banconota e punta il dito sulla scatoletta.
E quando la mano nervosa del truffatore tocca la scatoletta, e con un gesto secco e onesto la alza a metà, quando puoi guardare davvero e in maniera definitiva sotto la scatoletta - allora, allora..è il momento nudo di una piccola, crudele forma di verità, su te stesso e sul joker.
Una sensazione collegata confusamente alle immagini: clicca su quel link al video di Berg, il gioco più richiesto in rete. Quando si solleva la scatoletta vedrai che cosa c’è dentro. E chi.






















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lunedì, maggio 17, 2004

Un gioco in strada

Da molto tempo non mi capitava di vederlo: un tavolinetto pieghevole rapidamente approntato e ricoperto con un panno - e il piccolo gruppo misto di curiosi e compari. Una variante del gioco dei bussolotti eseguita con la solita pallina di carta e tre scatolette gialle, ben visibili sulla stoffa rossa. Come ogni truffa povera e ben congegnata appare al gonzo come un giochetto da gonzi. Il pollo deve sentirsi insomma in condizione di superiorità rispetto al truffatore, lo deve percepire come un patetico guitto non abbastanza abile - e i compari sono lì per rafforzare questa impressione.
Così il pollo tira fuori la banconota e punta il dito sulla scatoletta 'giusta'.
E quando la mano nervosa del truffatore tocca la scatoletta, e con un gesto secco e onesto la alza a metà, quando puoi guardare davvero e in maniera definitiva sotto la scatoletta - allora, allora..è il momento nudo di una piccola, crudele forma di verità.
Anche questo è in qualche modo collegato a quelle immagini - ma non so dire perché




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Immagini

Il video di Berg mi ricordava qualche cosa. Quella improvvisa torsione, l'uomo rovesciato a terra. Il corpo, la crudeltà, il gesto e il lavoro del carnefice. Caravaggio, Artemisia Gentileschi.

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sabato, maggio 15, 2004

Bis que rada - Ossanova do Presidente
(aka Saudade do Quirinhao)

A Carlo Azeglio Ciampi caduto dalle scale

Bis que rada - o samba sul gradinho en el Quirinhao
Carlo Azelho està màs animado
e un insensatez à fao

Este samba te costa uma bela fratua
Si no è tão tosta la gamba
o samba te fa la bua

Bis que rada....








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giovedì, maggio 13, 2004

Chi è me stesso
Guardo le foto delle torture: cataste di corpi nudi, giochetti e ghigni da film per collegiali, un corpo addossato alle sbarre rattrappito per sottrarsi a cani che paiono pròtesi dei soldati. Il volto contorto e sfocato - un ritratto di Bacon.
Mi sforzo di guardare il video della decapitazione: un pasto nudo.
E' un guardare in noi stessi, la povertà del nostro corpo e l'oscura corruttibilità del nostro spirito - senza riuscire a distanziarci né dalle vittime né dai carnefici.




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mercoledì, maggio 05, 2004

Oh, my Darwin (pseudolimerick)

In Italia la ministra all'istruzione
confutò le tesi dell'evoluzione
Puntò il dito trionfante
"Un anello qui è mancante !"
Ignorava d'esser lei la soluzione





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