[La pagina di Dust]
   If a frog had wings, he wouldn't bounce his ass so much
 




lunedì, ottobre 02, 2006

Leaving in style

I'm ready for my close upAlmeno per un po' qui si chiude, insomma.
Motivazioni: noia, pigrizia, cose della vita, nausea generica e specifica da blog.










The poor dope - he always wanted a pool.
Well, in the end, he got himself a pool







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sabato, aprile 08, 2006

Parkondicious

Su GhostWritersOnDemand è iniziata la nonstop elettorale

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martedì, aprile 04, 2006

La situazione non è grave
La prossima mossa di Berlusconi in anteprima

Vorrei chiudere toccando un tema di particolare importanza. Si tratta di un problema di estrema gravità, di un peso che colpisce in modo iniquo soprattutto le fasce più deboli, quelle che hanno problemi veri, di alimentazione. Un carico che avvertono in misura maggiore le famiglie con più persone, le coppie più che i single. In una parola: le masse.
La sinistra sostiene che noi promettiamo "asini che volano". Mi verrebbe da sorridere, se non ricordassi che ad oggi l'unico palliativo che questi signori possono proporre sono privazioni, sono purghe, e la memoria corre ai crimini di Stalin così ben documentati nel libro nero del comunismo. Per non parlare di quelle bibite rosse che promettono le ali. Cose da libro dei sogni, e mi spiegheranno poi dove troverebbero tutte le piume necessarie.
Noi invece promettiamo un impegno concreto, e non una soluzione campata in aria, magari nello spazio. Sappiamo benissimo che si tratta di sconfiggere inerzie, modi di pensare radicati e alimentati ad arte da quei cosiddetti pensatori della sinistra che perdono tempo a filosofare sotto gli alberi e si svegliano solo quando gli cadono le mele in testa. Gente che in altri tempi avrebbe meritato l'Inquisizione, gente che si abbandona a un relativismo che non desta in noi alcuna attrazione. Gente incapace di sognare, che allarga le mani impotente e vuole farvi credere che stiamo parlando di una situazione costante e universale. Non è vero, i nostri dati parlano di una continua accelerazione.
Già mi pare di sentire il solito autore satirico sostenere che mi paragono a Gesù quando cammina sulle acque. Ebbene, in verità in verità vi dico che noi faremo ancora di più, dando a tutti i cittadini questa possibilità. Qualcosa che la sinistra in tanti anni di malgoverno non si è nemmeno sognata di fare.
Sì, avete capito bene: noi aboliremo la legge di gravità.

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lunedì, aprile 03, 2006

Torta a tre strati
appunti sul Caimano

L'uscita di un film "tradizionale" (i.e. non docu-fiction, satira, teatro filmato) che parla del qui e ora in Italia, nominando esplicitamente un importante uomo politico, sembra aver spiazzato parecchia gente, costringendola a relegare questa novità (intendo qui da noi, da un bel po' di anni) entro penose polemiche sulla data di uscita e sul presunto impatto elettorale. Su quest'ultimo, va detto, oltre ad avere un'opinione personale (la mia: impatto=0) non è che si possa andare più in là di tanto, mancando con evidenza ogni possibilità di plausibile misurazione quantitativa (*).

Al di là di ogni valutazione sull'esito artistico dell'operazione, trovo in tutto questo due motivi di tristezza. Il primo: cinema e letteratura USA, così spesso (così "naturalmente") impegnati a rielaborare la storia del loro paese, a incorporarla sia come contesto e materiale narrativo sia come oggetto di critica e riflessione, non ci hanno insegnato niente.
Il secondo motivo è in parte dovuto alla lettura di "Petrolio" e "Lettere luterane", due testi che, da bravo ignorante, ho affrontato solo di recente. Non soltanto il metodo critico e il livello a cui si colloca il pensiero di Pasolini sembrano venire da un altro mondo, ma si ha la sensazione che siano stati rimossi in questi anni gli oggetti stessi a cui si applicano: la concretezza del potere politico ed economico nel loro intrecciarsi e l'impronta che danno alla società italiana, configurandosi come veri e propri agenti di una trasformazione antropologica. Moretti è altro da Pasolini per tanti aspetti, in particolare per il "punto di vista": non potrebbe mai parlare onestamente di mondo contadino o di borgate, e il suo cinema non ha la "corporeità", la sessualità di quello di Pasolini. Quel "Chi voleva sapere, sa" lo interpreto però come cifra del film, richiamo esplicito a quel metodo, a quel modo rigoroso, orgoglioso di intendere e rivendicare il ruolo dell'intellettuale.

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lunedì, marzo 27, 2006

Bimbo alla cantonese
(la Cina è in cucina)


fate la nanna coscine di pollo
l'acqua già bolle e vi metto in ammollo
c'è la ricetta sul libretto rosso
papà pregusta goloso il suo osso

ma-o ma-o questo bimbo a chi lo do
lo darò al mio partito che ne mangia solo un dito
lo darò al timoniere che gli taglia via il sedere
lo darò alla guardia rossa che pilucca le sue ossa
lo darò a Ho Chi Minh [ variante internazionalista ]
bolli bolli bel bambin !
[ lanciandolo in aria e facendolo abilmente ricadere nel pentolone ]

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sabato, febbraio 25, 2006

Il grosso fratello

Rivedendo il famoso spot trasmesso durante il Superbowl del 1984, in cui Apple concentrò credo la quasi totalità del budget per il lancio di Macintosh, noto più di una affinità con la performance di Calderoli. In entrambi i casi la scelta di puntare su un messaggio di forte impatto visivo ed emotivo, la collocazione in una trasmissione molto seguita, la netta identificazione del nemico grazie all'uso di un'icona potente e suggestiva, l'importanza del corpo e del gesto liberatorio.

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mercoledì, febbraio 22, 2006

Due epitaffi

La prima vittima italiana dell'aviaria

E, raccogliendolo, ricordo che dissi 'Oh, ma quanto è brutto 'sto anatroccolo?'


Marcinkus
L'anima rende


Me

Dio
Banca

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sabato, febbraio 18, 2006

I tre corpi di "Beau Geste" Calderoli
Il nuovo lavoro del controverso artista lombardo ha suscitato molti e spesso pretestuosi dibattiti.

Da sempre, al centro dell'attenzione di Calderoli sono le tensioni e le contraddizioni insite nella sua duplice, ambigua natura di trasgressivo performer e insieme rappresentante delle istituzioni. Un lavoro, il suo, che è innanzitutto meditazione sul corpo. Quello fisico, esondante e dionisiaco, quello istituzionale, evocato dall'abbigliamento rigido e da una cravatta verde che pare realizzata ad encausto. E, non meno importante, quello materialmente assente ma avvertibile come aura, carismatico alone del leader: il corpo elettorale e diffuso sul territorio.

Il livello di lettura più banale - come ci si può attendere da una critica schiava di defunte categorie politiche e ideologicamente inquinata - è quello della sfida all'Islam. Attestarsi su questa interpretazione sarebbe davvero svilire l'importanza del complesso gesto artistico. La performance è infatti precipitato di molteplici suggestioni, potremmo dire un blend degli effluvi che il polimorfo corpo dell'artista emana.

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giovedì, febbraio 16, 2006

Appunti su "Munich" e "A History of Violence"

Spielberg è in primo luogo un narratore di storie di persone, esseri umani con i quali non possiamo non sentire qualche forma di contiguità. Ma allo stesso tempo sceglie vicende emblematiche, che ci coinvolgono in quanto appartenenti a una comunità [per un inquadramento radicalmente diverso del rapporto storia individuale/collettiva suggerisco "Triple Agent" di Rohmer]. La ricostruzione storica puntigliosa - per non dire l'interpretazione o il giudizio - non mi sembrano obiettivi rilevanti dei suoi film: il contesto storico è importante perché definisce la qualità e la temperatura dei temi in campo, che sono comunque e sempre "per noi". Per questo aspetto "Duel" è un po' un archetipo, in cui minaccia, individuo e assenza di storia sono giocati senza chiaroscuri e messi in contatto diretto, brutalmente, in modo primordiale. Nel caso di Schindler, del soldato Ryan o di Munich Spielberg si affida sostanzialmente ad un giudizio storico assodato e condiviso, "spontaneamente" evocato nel pubblico dai termini "olocausto", "nazismo", "terrorismo".

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sabato, febbraio 04, 2006

Appunti su due film
(occhio: qualche spoilerata mi scappa)

The New World
Noto che più d'uno esce dal cinema segato a mezzo: tanto definitivamente rotto nelle palle dalla vicenda di Pocahontas (in gara per questo aspetto con King Kong) quanto estasiato dal lirismo di Malick, e io non faccio poi troppo eccezione. Il film sembra veramente indirizzarsi a due sistemi percettivi e di valutazione separati: quello che presiede al giudizio sulla narrazione scrive invelenito sul copione "è quanto di più lesso si possa immaginare", l'altro, il complemento a uno (spettatore) del primo, se ne sbatte del culturame USA e si bea di un'immagine che alterna momenti densi di grande forza evocativa ad altri di puro abbandono alla trama della luce, del colore e del suono.
Mi è parso di sentir qualcuno citare Faulkner, che magari ci poteva stare con "I giorni del cielo", ma qui.. boh.
Il tema della perdita dell'innocenza - direi un po' una costante in Malick - si imbolsisce nella nostalgia del buon selvaggio. Possiamo ancora permetterci queste manifestazioni di impotenza e - ad essere maligni - di cattiva coscienza ?

Match Point
Qui invece Dostoevskij non è solo citato, è proprio telefonato, anzi ci si aspetta che se ne esca a dire la sua come McLuhan in "Io e Annie". Il punto è che il protagonista potrebbe al massimo aspirare ad essere Smerdjakov. E' uno che - avendo ostentatamente letto Dostoevskij - trova figo appiccicarlo ex post a commento di un duplice omicidio dalle motivazioni borghesotte e prive ex ante di tormentosi paludamenti ideologici - che so, nichilismo. Aggiungi che il castigo proprio non arriva. Nel personaggio, insomma, non c'è nessuna evoluzione psicologica, not to mention una qualche redenzione, e il caso gioca un ruolo decisivo (brillante l'idea della vera/pallina): Fedor non avrebbe approvato. Il film è forse il calco cinico e borghese di Delitto e castigo ("Delitto e promozione" sarebbe più azzeccato) e mostra semmai l'impossibilità di Dostoevskij oggi. In sostanza, il vero nichilista è Allen.
Ho odiato la colonna sonora.

Detto questo, mi rendo conto di avere visto due film - per quanto più che dignitosi - inutili. Non saprei dire con esattezza il perché di questo bilancio, però non a caso mi hanno richiamato, per contrasto, rispettivamente Aguirre e Caché come esempi di altro rigore e urgenza.

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lunedì, gennaio 30, 2006

A voltarli ritornano

Mi informano che un mio vecchio palindromo è stato citato da Bartezzaghi in Lessico e nuvole online e sul Venerdì

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lunedì, gennaio 16, 2006

La Deposizione di Silvio

La "Deposizione di Silvio" è un dipinto attribuito quasi unanimemente alla scuola del Bonaiuti. La grande tela sintetizza in pochi particolari processo e crocefissione sul Monte Citorio per mano - così vuole la tradizione - di comunisti: toghe rosse e strumenti di tortura (falce e martello) ai piedi della croce, in cima il beffardo cartiglio "SARI" (Silvius Arcorensis Rex Italianorum). Sorregge il corpo un discepolo in cui si ravvisa il Bondi, altro artista della bottega. Tra le dolenti spiccano la madre (il borsellino è icona di accorta gestione delle spese di casa) e Miriam, la bella "Veronica". A lato, i centurioni dividono le spoglie al popolare gioco dell'opa (simbolo di corruzione morale), i tratti avidi e crudeli forse ispirati ad un gruppo di briganti dell'epoca, "L'unione". Gli scudi crociati e la fiamma tricolore a cui si scaldano alludono invece a un'oscura vicenda politica locale: la congiura ordita da ex alleati per eliminare il delirante principe ormai in preda a demenza

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venerdì, dicembre 16, 2005

Post sotto l'albero

Squonk replica la sua raccolta di post natalizi nel 2005

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mercoledì, dicembre 14, 2005

Dadoromanticismo

In questo breve componimento il poeta canta, con toni ora drammatici ora sarcastici, l'infelice amore - platonico - per Didone, giovane allieva costretta per il suo comportamento scandaloso (compare un numero che pare riferirsi all'intera squadra di calcio scolastica) a ritirarsi dal collegio in cui il poeta stesso insegnava. Il disinganno è bruciante, e l'amor proprio del Nostro ne rimane profondamente ferito: "nude idi" sintetizza con forza il doloroso periodo di solitaria riflessione che lo attende.
Il titolo allude chiaramente ad una scelta casuale, non meditata, ma - forse - anche ad un destino già iscritto nel corpo stesso della donna. Interpretazione rafforzata da quell'insistenza sul termine "dna" che assurge a simbolo di un universo ciecamente deterministico.
Si notino gli indiretti accenni alla deformità fisica e alla povertà che tormentavano il Nostro ("dna acido", "adoni", "ducale") e al desolato panorama  interiore ("landa di dune"). La durissima, amara, riflessione che chiude la poesia rielabora un noto proverbio popolare e già prefigura - pur se in forma ancora acerba - la tematica del dualismo bellezza-corruzione più compiutamente sviluppato nella produzione successiva.

Lanciando due dadi

Odi linda educanda ?
Cadi da luna, Didone,
donna decidua ! Di là
cadi, denudando ali.
Laida, nuda, dicendo
"Alunne, addio! Caddi..."
E dandola ad undici
induci aedo dal dna
caldo a nude idi. Dna
acido, landa di dune..

Addio, ludica. Dànne.
"Do". Ed adunca dilani
adoni di dna ducale

Culo di dea dà danni

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lunedì, novembre 14, 2005

(Che) corpo 6

Vista fattura
Orecchio da mercante
Naso per gli affari
Mano pesante
Bocca da fuoco
Corpo speciale

Testa calda
Pugni in tasca
Dorso in pelle
Gambe in spalla

Fiato in gola
Corpo estraneo

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sabato, ottobre 29, 2005

Da dove vengono le immagini
(attenzione:spoiler)

Certi film non si lasciano terminare con un "carino" all'uscita - continuano a disturbare la tua chimica. Quando sei ragazzo, magari, è la presenza di un'interprete che si scolpirà nel Mount Rushmore del tuo immaginario erotico.
Può essere la pura forza delle immagini, la compattezza della sceneggiatura, la spiritualità ("Il Vangelo secondo Matteo", rivisto di recente), la riflessione teorica sul cinema stesso. A un certo punto è così evidente l'interazione tra cinema e alchimia personale che lo capisci: morirai cinefilo.
Da un film pretendo "disturbo" -astenersi perditempo, insomma-. L'opera di Haneke è un ottimo 'disturbo', e noto senza sorpresa che lo cita anche Houellebecq. Non esci tranquillizzato o coccolato da film come "Funny Games", "La pianista", "Il tempo dei lupi" e meno che mai da Caché (in italiano: Niente da nascondere), in sala in questi giorni. Fin dall'inizio sei insidiato in quanto spettatore: quella che ti sembrava l'inquadratura fissa di una casa di colpo si anima per un fast forward, ed è in realtà parte della videocassetta che i protagonisti stanno visionando (e tu con loro). Come lo spiazzante "rewind" di Funny Games che consentiva addirittura di ridisegnare una svolta fondamentale della vicenda (la sala rischiò il suicidio collettivo).
L'autore di questo video, dei successivi e dei disegni che li accompagnano non ha corpo - chi spera nello scioglimento finale del mistero (il famoso whodunit) rimarrà deluso. Credo però sia un errore considerarlo un espediente, un Mac Guffin crudele.
E' un'entità irriducibile a qualsiasi espediente o tecnica narrativa classica: onnisciente e invisibile ma insieme protagonista attivo. Controlla, documenta ma anche anticipa lo svolgimento e perfino pre/vede alcune inquadrature (la camminata lungo il corridoio, i disegni). Lo chiameremo MDP.

MDP mette in campo il rimosso, qualcosa nascosto ma presente e pronto ad aggredire. Inizia, dicevo, con la semplice inquadratura fissa della facciata di casa, di ciò che insieme ci protegge, ci maschera, ci rende visibili all'esterno. Qualcosa di solido ma anche il contenitore della nostra nuda verità personale.

Qualcuno ha rievocato - un bell'accostamento - alcune riprese fisse dei Lumière. Ma quello che in apparenza è grado zero del cinema, assenza di soggetto, perde definitivamente ogni carattere di ingenua "neutralità" quando MDP recapita la cassetta al padrone di casa: De te fabula narratur - area sorvegliata da telecamere - controllo in corso. Tu non mi vedi - ma vedi te stesso.
Di quale "fabula" si tratti lo scopriamo nel progressivo emergere del rimosso alla coscienza del protagonista, nelle frasi che a fatica troverà per descrivere l'incipit della storia, il tutto provocato - maieuticamente - da questo 'punto di vista' spietato e incorporeo.

La vicenda si articola sul rapporto vissuto - filmato - rimosso - rivisto. Le immagini si moltiplicano su vari livelli: video, disegni, sogni, ricordi, film. Haneke non si concede nessuna sottolineatura, nemmeno musicale, nessun commento esplicito: il dispositivo di tensione, dubbio, svelamento, mistero messo in opera dal regista nascosto ci cattura con il suo puro rigore.
Ciò che è stato scritto ritorna a sfidarti: non può essere né dimenticato né nascosto né riscritto. Lo svolgimento della vicenda reale è un falso movimento: il brutale epilogo del rapporto tra i due uomini non porterà nessuna soluzione, anzi sembra destinato a congelare la colpa e a consegnarne un peso più grave ai figli.
Accanto al "nascosto" del protagonista ne intuiamo o ne sospettiamo altri: il tradimento della moglie, l'accumularsi di segreti e sospetti nell'anima del figlio adolescente, e l'eco di una colpa e di una rimozione collettiva (la strage di algerini nel 1961 a Parigi).
Da bravo occidentale colto e benestante il protagonista si prende una pastiglia e va a dormire. Forse non c'è davvero altro da fare, nemmeno per la vergogna (penso a Coetzee) c'è un posto evidente. Ma lui è nudo, come indifeso, e i suoi sogni saranno probabilmente ancora angosciosi.

Un'altra ripresa fissa chiude il film inquadrando l'uscita della scuola. Non succede nulla, a parte un incontro apparentemente casuale tra i due figli - tutto nella sinistra dello schermo, è sfuggito ad alcuni.
Per ammissione dello stesso Haneke è un finale del tutto aperto. L'evidente simmetria con l'immagine iniziale (padre, casa - figlio, scuola) e quell'incontro imprevedibile aprono una nuova dimensione misteriosa: suggeriscono una complicità precedente, promettono una cicatrizzazione delle ferite, indicano il perpetuarsi del dramma?

Fossimo nella Hollywood più scontata ci sarebbe da aspettarsi "Caché 2", il rientro pacificato nella culla della spiegazione logica e univoca, magari un'assoluzione o il riscatto. Ma questo è un film di Haneke: implacabile.

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lunedì, ottobre 24, 2005

Ed è proprio per questo che io, quel giorno, ho scelto te
per il Blogrodeo 19/10/05 - questo è piaciuto

Un tizio al bancone raccontava storielle al barista. C’erano bicchieri mezzi pieni di fronte a qualche solitario. Uno che leggeva il giornale e prendeva appunti su un’agenda. Qualche neon ronzava, un ragazzo gridò una frase incomprensibile dalla moto, un programma idiota sfarfallava in tv.

Si poteva fumare, lì, stravaccati a un tavolino d’angolo senza neanche consumare troppo.
"Ed è proprio per questo che io, quel giorno, ho scelto te". Così avrebbe chiuso la lettera, sicuro. Perché una lettera andava scritta: bisognava spiegare, interpretare, consolare, anche.
Be’, avere una buona chiusa non è poco.
Davanti un foglio bianco e pensieri più neri dell’inchiostro nella stilo, ma poteva farcela a ricostruire tutto quello che mancava per chiamarla lettera, ricreare una verità dietro alla chiusa enfatica che gli era venuta in mente poi perché, per il piacere dell’effettaccio, perché non sopportava di non trovare spiegazioni. Per ridare qualche dignitoso senso alla storia di anni che ormai era LA storia ma peccato che non ricordasse niente di quel giorno, peccato che quel giorno si fosse incolonnato con tutti gli altri, peccato che quelle cazzo di tessere del domino fossero cadute tutte in fila tic-tic-tic, tanti rettangoli neri senza punteggio, a guardarli adesso.
Mica con una ditata si rialza la fila, bisogna rigirarsi il film e precisamente questo avrebbe fatto la lettera che gli era sembrato di averla dentro ma no, mica puoi chiederlo a una frase di sistemare in bell’ordine le cose, neanche a un’intera lettera, se è per quello.
La frase esatta che si vedeva a scrivere fiero, sicuro, un po’ guascone. Il Tipo In Gamba.
Una fila di tessere rovesciate, senza inizio, diretta nel buio, invece.
Si alzò per tornare a casa. Appallottolò il foglio. "Ed è proprio per questo che io, quel giorno, ho scelto te", le lacrime agli occhi dal ridere: cazzo di frase.

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venerdì, agosto 05, 2005

Ordini a sei cifre

Squonk parla di "ordini a 5 (o 6) cifre". Il contesto è ovviamente aziendale.
Fuori contesto:

Il vinaio gridò: "Presto ! 13 ! 13 ! 13 !". Gli portarono un otre in tutta fretta. E vorrei vedere, era un ordine a sei cifre..

Sull’8volante lei lo implorò "Ti prego, grida il nostro amore ai 420 ! Gridalo ai 420 !". E lui dovette gridarlo ai quattro venti, obbedendo felice a un ordine a sei cifre..

"Gettati s8 al 3no x me ! Battiti in 2llo x me ! Mostrami che 6 1 uomo !". Lei era pazza in generale. Lui era pazzo d’amore, ma non poteva obbedire in un colpo solo a quell’ordine a cinque cifre. Così scelse la parte più facile e fu arrestato per atti osceni

Sigmund chiuse con un colpo secco "Il dottor Jekyll e Mr.Hyde", guardò negli occhi il fido discepolo e bruscamente gli ordinò "8, fatti in 3 e scrivimi assolutamente qualcosa su questi 2!".
Rank sospirò. Va bene che era solo un ordine a tre cifre, ma, provenendo da Freud, per lui valeva "Il doppio"
[ se Rank fosse stato inglese avrebbe avuto a che fare con l’ordine ogni volta che lo chiamavano per cognome ]

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giovedì, luglio 28, 2005

Alternate Takes

06:35 AM
Mio padre era un uomo malinconico. Non era riuscito a combinare granché nella vita e questo, credo, per una fondamentale malattia della volontà, oltre che per un insieme di casi, scelte e predisposizioni negative: l'ambiente di provenienza, errori di valutazione sul lavoro, crisi economiche e infine la scomparsa di mamma quando io ero ancora piccolo. Veniva considerato "un fatalista", e anche "una persona spiritosa" e questo la dice lunga su quanto valgono i giudizi della gente.
Fino alla fine non mi parlò mai di quello che, in omaggio ad una tradizione consolidata del genere fantastico, chiamerò "il dono". Solo una volta sfiorò l'argomento, ma in modo così sghembo e oscuro da non lasciare in me, che ero solo un ragazzo, nient'altro che una traccia di curiosità insoddisfatta.
Eravamo in montagna, su uno di quegli interminabili sentieri che sembrava tanto amare. Il sole era a picco, le ombre rattrappite, e così anche il mio affetto per lui, normalmente sconfinato ma temporaneamente messo un po' troppo a dura prova. Ci fermammo a guardare il sentiero proseguire ben tracciato giù lungo il crinale. Il rifugio poteva essere una macchiolina in lontananza.
"Vedi quelle tracce lì sotto? " mi disse "Non hanno niente a che fare col nostro sentiero, l'unico che arriva al rifugio. Ben marcato dai segnalini bianchi e rossi, sicuro, legato al suo obiettivo come un cordone ombelicale. Quelle invece sono forse tentativi falliti, percorsi di vacche, camosci, non so. Se ci capitasse di seguirle poi saremmo costretti a tornare indietro. Questo tracciato, i segnali, questo numero, questi, solo questi sono per noi. Non dobbiamo farci... tentare, sviare, ecco, anche quando sembrano scorciatoie, anche se portano forse a... posti più belli, capisci". Mi colpì l'intensità con cui pronunciava frasi così innocue e banali. Quando papà si infervorava il linguaggio sembrava sempre non bastargli, si metteva ad agitare le mani e annaspava fra le parole come se gli si affollassero tutte in gola e non riuscisse a scegliere. Così subodorai che ci fosse sotto qualcosa, ma non mi riuscì di cavargli nient'altro.

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martedì, luglio 26, 2005

Autopusher

Noto che in varie occasioni (non ho voglia di mettere i links, quindi bisogna fidarsi) ci si rivolge a me riferendosi ad un mio presunto utilizzo di sostanze proibite per legge, chiedendomi referenze sul mio pusher o consigliandomi di cambiarlo, o più sottilmente invitandomi a passare in giro la canna (cantavano in Easy Rider i Fraternity of Man: "don't bogart that joint, my friend, pass it over to me", credo tra i pochissimi testi in cui si usi il termine "bogart", così a occhio per intendere "fumare accanitamente", alla maniera di Humphrey [mah]). E' con ogni evidenza un modo codificato per suggerire che un passaggio dallo strizzacervelli non guasterebbe (altrove si parla direttamente di "sbarellamento").

Che io sia mentalmente difettoso, intendiamoci, è assodato per chiunque mi conosca di persona, e quindi sarebbe ipocrita offendersi. Nella vita reale, anzi, non mi viene concessa l'attenuante (diciamo così) dell'uso di particolari sostanze, in quanto è noto che ricorro al massimo ad occasionali canne e all'assunzione di vino e alcolici - mediamente - in quantità contenute in limiti socialmente accettabili. Mi faccio un punto d'onore in entrambi i casi di non trovarmi di fronte a una tastiera.

Tante sagge persone non possono sbagliare, quindi sono giunto alla conclusione che le sostanze di cui sopra devono essere autoprodotte, cioé generate e consumate (non nel senso di Pannella, però) in un processo che avviene all'interno di me stesso, e mi auguro che questo "interno" sia delimitato dalla calotta cranica. Non saprei peraltro dire se il processo si sviluppa in momenti diversi o simultaneamente, se le sostanze sono rilasciate progressivamente, con effetto-soglia, o sparate a mo' di flash. In sostanza sono il pusher di me stesso - frase che qualcun altro avrà già senz'altro usato riferendosi a se medesimo.

L'ipotesi - affine all'antica teoria degli "umori" - è affascinante e mi suscita parecchi interrogativi. In particolare: per quali cause e con quali finalità queste sostanze vengono rilasciate ? sono una medicina, un palliativo, un veleno ? L'output, a giudicare dalle reazioni del mondo esterno, assomiglia a un modesto delirio, o a una forma di innocua follia: tenderà a cronicizzarsi ? c'è una cura ? è poi una buona idea curarsi ?

I Morphine - non a caso - mi vengono in aiuto:

I propose a toast to my self control
You see it crawling helpless on the floor
Someday there'll be a cure for pain
That's the day I throw my drugs away
When they find a cure for pain

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mercoledì, luglio 13, 2005

Last Days
qualche considerazione sul film di Gus Van Sant

Blake sembra essere un nome che si sposa bene con i viaggi verso l'aldilà: oltre al protagonista di "Last Days" anche il personaggio interpretato da Depp in "Dead Man" di Jarmusch si chiamava appunto Blake (William, con riferimento più eplicito al poeta). I due film condividono una dimensione allucinata e antinaturalistica, che però, in Van Sant, punta dritto allo sfinimento del testo (e a tratti anche mio, se devo essere sincero).

Last Days mi ha lasciato molti dubbi. Sostanzialmente è l'osservazione delle ultime ore di vita di un essere vivente detto Blake, avvelenato e incapace di sottrarsi ad organismi parassiti. Lo troveremo morto come una cavia da laboratorio in una specie di casa-gabbietta collocata in giardino. Non parliamo di storia, ma di microeventi tra loro correlati blandamente o per nulla, presentati in una sequenza largamente arbitraria, disarticolabile e ricomponibile a piacere.
Siamo ai confini della completa dissoluzione del testo filmico in accostamento di segmenti debolmente significativi. Alcuni momenti molto evocativi sembrano esserlo più in forza di un suono "innaturale" o distorto che dell'immagine e della vicenda esteriore o interiore.

L'operazione è interessante: Blake non è Cobain, ma acquista vita autonoma e senso solo se siamo consapevoli del non-rapporto tra i due. Se fosse Cobain chiederemmo biografia, interpretazione. Se fosse Blake sbadiglieremmo e basta. Potremmo forse raddoppiare il ragionamento dicendo che Blake non è William Blake, ma mi fermerei qui.
Il film, quindi, lavora sull'"aura": né sul privato della biografia personale né sul personaggio pubblico.

L' "integrazione" richiesta allo spettatore è cruciale, quasi che il film non si realizzi se non a contatto di una conoscenza precedente e di un forte investimento affettivo (o nostalgico), di una "proiezione".  Last Days, insomma, è (meglio: ci impone) una regia a quattro mani, nostra e di Van Sant. Raccontandolo ci troveremo inevitabilmente a non saper che dire o a infilarci dentro noi stessi (da bravo papà mi sono pateticamente visto prendere quel figliolo e portarlo via dalla casa, a fare assieme il bagno sotto la cascata).

Scheda IMDB

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Zebra e topo
L'idea era di scrivere un pezzo per l'esordio della rivista online "Novantasette" di Labranca, che aveva assegnato come tema di apertura "'La Zebra e il Topo', ossia l'estetica massimalista dell'eccesso contro quella minimalista della riduzione". Il materiale ricevuto da T-La non gli è piaciuto (questo incluso, suppongo), quindi non se ne farà nulla. Peccato.

Discorporate
Osservazioni su Real/Imaginary Zebra/Mouse (RZ,RM,IZ,IM)

Dovessimo scegliere tra reincarnarci in RZ o in RM non ci sarebbe gara - siano la diversa speranza di vita, l'incommensurabilità delle rispettive location o banali implicazioni simboliche. Del topo è la bruta forza del numero che cresce nell'ombra - diremmo - alla zebra va il glamour esotico sparato dal bagliore del riflettore maximo, là nella savana.
Volendoci disincarnare - ad es. in metafore, figure o animazioni - ecco che, evaporate queste prosaiche considerazioni con lo sforare nel cartoon dell'immaginario, il confronto si complicherebbe.

Là ove il RM si colora di ottuso grigio conformista la zebra pare originale e apodittica, se non manichea. "Zebra logic", per dire, designa un ragionare attratto più dalle eccezioni che dalle regole. Ma: individua una RZ 'A' in un branco, poi mescolalo. Riconosceresti 'A' ? Forse un insieme di RZ è così anonimo come un'ammucchiata di RM.

Esistono più varianti IM che IZ, e il motivo è semplice: tolte le righe resta un cavallino, se non un asino. Aggiungi qualcosa e avrai IZ-grandi-orecchie, IZ-messicane-piccole-e-veloci et similia: sempre di zebra parliamo. Il RM, be', è basico, pronto ad essere manipolato, rimixato, deformato e rinominato in nuovo IM. Sottrai qualcosa: hai un esperimento di genetica fallito. Enfatizza un particolare, arrotonda una linea, carica un'espressione e ti trovi un personaggio bell'e pronto.

La zebra non è simbolo di nulla, comunicando estesamente se stessa, la muscolare selvaggia forza della corsa, specie se sfrenata. La zebra è specie sfrenata, segnale dinamico (zebropittura?). Corre da ferma, diresti, e un tetro zoo percorso da polverosi orsi exbianchi prossimi alla liofilizzazione te lo fa più vibrante di un Boccioni.
Il topo, come il suo naturale nemico, ha un ottimo self-marketing. Il RM può essere fastidioso, vorace, pericoloso - Camus insegna. L'IM è più furbo del gatto, più simpatico del vecchio zio e troooppo amico dei bambini.

L'IZ è tutta superficie, appesa al muro, stesa sotto al tavolino etnico, indossata, così concettuale da smaterializzarsi su un manto non suo - quello stradale. Il RM, quando capita che non sia in 3D non è un bel vedere. Anche l'IM è per default a tutto tondo e tende alla sfera, ma gode di un surplus di soprannaturale plasticità, potendosi strizzare in spazi minuscoli o enfiare in canguro per il terrore di Tom.

RZ e RM sono prede. Di cacciatori, leoni, gatti, trappole. RZ si approssima asintotica all'estinzione, RM si moltiplica geometricamente con felice incoscienza.
E i corrispettivi I ?
Sii IZ, ed effimeri stilisti, plastificate prostitute a strisce, patinate tope zebrate da copertina vorranno catturare la tua rara bellezza e bidimensionarla.
In quanto IM avrai vita facile (se eviti Spiegelman), coccolato da tutti, incluse le stesse donne che schifano urlanti il RM. Ma, identità instabile, rischierai di trovarti routinaria preda di laboratorio di modesti sperimentatori dell'immaginario.

Quindi: ogni mattina, al risveglio, che tu sia IZ o IM, comincia a correre.

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mercoledì, maggio 04, 2005

Il viaggio in autobus (VIA)
(recensione breve pubblicata nella posta di Giudizio Universale)

Prezzi popolari, ambiente "verace", non-stop happening: il VIA vale tutto il biglietto. Il matinée offre svago sano, mai volgare, adatto alle famiglie. Accompagnati da uno swingante slang studentesco gusterete sapide vicende di cateteri ed esilaranti gag xenofobe offerte dagli anziani. I più piccini ameranno gli aneddoti sulle deiezioni canine.
"Ora di punta" è un'esperienza fisica totale, che d'estate vi travolge in una torrida sinfonia di umori, afrori, essenze misteriose.
Esplorate con "Notturno" il melting pot metropolitano: presenze inquiete e bukowskiane, testi scabri, adrenalinici acting out.
La qualità varia: ad un VIA vibrante di insulti e intriganti monologhi al cellulare ne può seguire uno depresso da puntigliose disamine della stipsi.
La scenografia risulta alla lunga monotona, le rare varianti di percorso essendo dovute a eventi di piazza e distrazioni dell'autista.

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venerdì, aprile 22, 2005

Racconto per il concorso "100 parole" de La Feltrinelli
(chiaramente non ha vinto)

Il Vecchio quasi li scannerizzava, i banconi della Feltrinelli. Tom, osservandolo dietro lenti scure, accarezzava copertine con la sinistra. Rammstein in cuffia. La destra umida contro il metallo.
Il Vecchio aveva trovato. Lo seguì alle casse, sfiorando una commessa. Capelli a caschetto, e che occhi. "Attenta con quello sguardo. Qualcuno potrebbe farsi male" - ma non glielo disse, né allora né mai.
Il Vecchio lo inquadra, deforma la bocca, protende mani e libro. Tom con la destra - pop - dritto nella copertina. Non è una Bibbia, non salva il Vecchio.
Ora calmo, fuori - "Bestrafe Mich" - senza rimorsi.

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martedì, aprile 05, 2005

Il camerlengo e l'immortalità
(scritto per il
blogrodeo)

Sì, in questi giorni tutti parlano di me.
Fino a ieri mi confondevano con una specialità gastronomica (“Alla riscoperta dei sapori di una volta: pane e camerlengo” “Vieni a cena da me ? Ho un Camerlengo del ‘98 - annata fantastica !”), con un ballo lascivo (“Mi concede questo camerlengo?” “Conte, lei è troppo ardito…”), un animale in via d’estinzione (“Gli ultimi dinosauri: sulle tracce del misterioso Camerlengo”), un pittore del seicento (“Camerlengo e la sua bottega: Rubens è nato qui”). Sopporto i peggiori giochi di parole, tipo gli anagrammi sul muro del gabinetto
carne golem
lego/gelo carmen
crema? no, gel
colma negre
rogne calme
e il più azzeccato: “re ? col menga !”
Me la dovrei prendere ? No e poi no: conosco i miei limiti. La fama, gli onori, i libri di storia non fanno per me - camerlengo sono e camerlengo resto. Come la luna, sorgo quando quello là è tramontato. Oggi sono in piena esposizione mediatica, domani ne arriva un altro e io torno nel vassoio dei formaggi.
Non è qui il problema.
E’ che immerso in questa massa vagante di sacro, attraversato da scariche di soprannaturale, sciacquandosi in questi bagni di eternità.. be’, a uno gli viene una certa idea. Anche solo la speranza di una contaminazione, non so, per contatto, per insufflazione o per la forza del pensiero. Per il fatto di camminare in certe stanze così abitate dal divino che te le immagini come inzuppate di miracolo. Io ci credo: i miracoli accadono. E perché proprio questo no.
Insomma, per farla breve vorrei diventare immortale. Pensaci: due piccioni con una fava - mi permetto di dire nel caso ci sia Qualcuno in ascolto. Sarebbe il miracolo permanente, mai verificabile né smentibile. Io sempre vivo, lì ad additare in eterno l’eternità, facendomi beffe degli scettici, una domanda senza risposta. Muto come Cristo davanti al Grande Inqusitore, impassibile ed enigmatico come il monolito di Kubrick. Vivrei, e con il mio solo vivere (da camerlengo - un ruolo che sarebbe bene ricoprissi a vita, pensa solo all’esperienza accumulata) testimonierei per la vera fede, granitico e immutabile. Pensaci, è l’uovo di Colombo: il miracolo definitivo, “one miracle fits all”.
E, se mi è consentito aggiungerlo, potrei garantirTi pure un discreto introito pubblicitario.

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lunedì, aprile 04, 2005

Mi si trova più spesso qui

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martedì, marzo 15, 2005

Saudade, Oddity, "Effetto Notte"
Le avventure acquatiche di Steve Zissou
[ solo se avete già visto il film ]

Di recente avete provato difficoltà a raggiungere l'orgasmo cerebrale ? Questo film, con il suo strabiliante tasso di intelligenza per cm2 di pellicola, è la cura.
Cerco di isolare con tre parole chiave gli elementi che mi hanno particolarmente colpito.
In primo luogo "l'avventura", che è insieme storia del protagonista e del collettivo impegnato nella realizzazione del film. La vicenda è complessa, intrecciando varie trame e dispiegandosi su un'ampia gamma di registri e situazioni. Il taglio narrativo è sempre straniato, ellittico e affronta anche i momenti più drammatici o di "azione" con una precisa scelta di stilizzazione, perfetta per la recitazione di Murray. L'immagine è satura di particolari bizzarri, di piccole trovate che continuamente catturano l'attenzione e non di rado risultano esilaranti. Se vi dicono che si ride grazie a Murray non credeteci: ridiamo per l'interplay tra la sua bravura e il tessuto stesso del film, per la sua reazione agli elementi anarchici e incongrui che caratterizzano il contesto in cui agisce e per il ritmo, spesso simile a quello di certe strip comiche. Finalmente, ridiamo di stupore e non per abitudine o per rabbia. Sorridiamo di fronte all'icona Cousteau, come può capitare rivedendo le foto di noi stessi bambini, o ritrovando in un cassetto il Manuale delle Giovani Marmotte.

La seconda parola chiave è "contaminazione", presente fin nel nome anglofrancese del protagonista. Meticcio è l'equipaggio, contaminata la colonna sonora, che si basa in gran parte su rivisitazioni in chiave brasiliana di classici di Bowie. La tecnologia che viene esibita vaga tra oggetti da modernariato e sofisticherie digitali, come contrapponendo uno scassato carrozzone multietnico alla megaproduzione hollywoodiana di Goldblum.

La terza parola chiave è semplicemente "cinema". E' un'immagine mancante, non realizzata (la morte dell'amico) a scatenare il film del making of di un film, con tutti i guai produttivi, le scelte, le svolte e gli incidenti di percorso di una lavorazione che mette in gioco non solo i soldi della produzione ma le vite stesse dei personaggi (il richiamo ad "Effetto notte" a me pare evidente). Vicende "vere" e loro rappresentazione si confondono, così come avveniva nei documentari di Cousteau, in cui sia la vita della nave sia la natura in cui era immersa erano esplorate, drammatizzate e in un certo senso falsificate entrambe.
Il vascello è un set: lo vediamo squadernato in sezione all'inizio e durante l'avventura. Molte inquadrature sono incorniciate, da oblò, finestroni, sipari, perfino dall'apertura di un passavivande, o magari sono scorci di riprese effettuate da delfini dotati di mdp. Progressivamente entriamo nel film che Zissou realizzerà, suddiviso in episodi con tanto di titolo scritto in caratteri maiuscoli, un po' rigidi e vecchiotti. Un indiano imbranato dispenserà dissolvenze ad ogni cambio di fusibile. Le stesse scelte cromatiche rimandano all'universo della finzione.
Ancora, la paternità di Zissou è più di natura "proiettiva" che concretamente biologica [ a proposito: e tutto quel pullulare di animaletti che agitano la coda ? mi sa che esagero.. ]
La "natura", poi, è - a volte in modo irresistibilmente comico - largamente frutto di invenzione, effetto speciale volutamente "cheap". Il guscio da cui il gruppetto (incredibilmente ricompattato - riconquistato - da Zissou) vedrà alla fine l'epifanico e improbabile squalo muoversi nel buio è il sottomarino giallo dei Beatles.

"Chissà se mi riconosce" mormora Zissou commosso, guardando incantato la creatura che si allontana e scompare, Moby Dick dotata di esistenza autonoma, ma marchiata per sempre con un segnale luminoso da Zissou stesso. Zissou ha ritrovato l'anima, il cinema rientra nel buio della sala con il suo carico di malinconia, falsità, mistero, avventura e vita.
Già: un film "riconosce" il proprio autore ?

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mercoledì, marzo 02, 2005

Una torta al limone
[ per chi ha già visto Million Dollar Baby ]

Leggo della messe di Oscar raccolta da Clint Eastwood. Non me ne importa nulla, anche perché ho già assegnato nel corso degli anni mie personali statuette a varie sue opere, in particolare Unforgiven e Mystic River. Ho messo giù qualche impressione a caldo sul suo film.

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martedì, marzo 01, 2005

Natività

E' nato. E' al vostro servizio 

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venerdì, febbraio 18, 2005

Il nome della cosa
Blogrodeo del 9/2/05

All’inizio era semplice. Sotto la calotta del bunker grigio c’eravamo io e Jones, il gatto rosso, più - ironicamente - tutto il necessario per mantenere a tempo indefinito una colonia di umani, e anche di gatti se è per quello. Fuori, oltre l’alta recinzione elettrificata, qualche forma di vita ogni tanto compariva. Topi, per lo più, e piccole sagome non meglio definite che gironzolavano attorno - tutto sotto controllo e piuttosto noioso.
Poi cominciarono le mutazioni. C’era fermento fra i topi, me ne ero accorto, ma mi resi veramente conto che la situazione mi era sfuggita di mano una sera al ritorno dal solito giro di ricognizione, quando trovai seduto al pc un ratto della stazza di Tyson in contemplazione della mia riserva di foto porno. Lì realizzai che nulla sarebbe stato come prima. Riuscì a mostrarmi i denti prima che lo abbattessi, poi mi misi a cercare Jones, senza troppe speranze. Era raggomitolato in un angolo, una palla miagolante di nervi, occhi sbarrati e orecchie appiattite. Il giorno dopo era sparito. Nel paradiso dei gatti, pensai, ma mi sa che sbagliavo.

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